Gesù Cristo è risorto!
L'amore ha sconfitto l'odio,
la vita ha vinto la morte,
la luce ha scacciato le tenebre!
Gesù Cristo, per amore nostro,
si è spogliato della sua gloria divina;
ha svuotato sé stesso,
ha assunto la forma di servo
e si è umiliato fino alla morte,
e alla morte di croce.
Per questo Dio lo ha esaltato
e lo ha fatto Signore dell'universo.
Gesù è Signore!
                         (Papa Francesco)


Sì, Cristo è veramente risorto!

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venerdì 20 aprile 2018

Il dono di un servizio a "tempo pieno"


Ricorre oggi l'anniversario della mia ordinazione diaconale.
Contemporaneamente ricorre anche il venticinquesimo anniversario della morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Papa Francesco recandosi oggi presso la tomba di don Tonino ha evidenziato del vescovo di Molfetta "il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed estroversa, protesa, non avviluppata dentro sé".
Uno stimolo per una diaconia che si rivolge "fuori", che esca dal "recinto del sacro" ed incontri l'uomo, ogni uomo e donna, nei posti lì dove si trova e vive.

Oggi, nel ringraziare il Padre per il dono del diaconato, ringrazio anche tutti quei "fratelli" che mi hanno accompagnato in questo servizio alla Chiesa per il mondo. Uno di questi è don Tonino.
Voglio riportare la lettera che il vescovo di Molfetta indirizzò a Sergio, il primo diacono permanete ordinato della diocesi di Molfetta il 4 ottobre 1989.



Carissimo Sergio,
te l'ho detto a voce, ma voglio ripetermi. Tecnicamente, l'appellativo diacono permanente si dà a colui che, una volta salito sul primo dei gradini dell'ordine sacro, il diaconato appunto, si ferma in modo stabile lì, senza la prospettiva di ascendere, in seguito, agli altri due livelli: del presbiterato, cioè, e dell'episcopato.
La spiegazione non mi piace. Mi sa malinconicamente di negativo. Mi dà troppo il sapore di binario morto. Allude in modo molto scoperto ai galloni di quei soldati scelti che, non dovendo fare carriera, rimangono appuntati per tutta la vita.
Sembra, insomma, più il traguardo ultimo che recide le illusioni dell'«oltre», che lo «status» di chi annuncia con gioia che tutta la vita deve essere messa al servizio di Dio e dei fratelli.
Ti voglio dire, allora, qual è la disposizione d'animo con la quale tra giorni ti imporrò le mani sul capo.
Vedi, Sergio, desidero che tu sia per la nostra Chiesa locale il segno luminoso della sua diaconia permanente. L'icona del suo radicale rifiuto per ogni mentalità da «part-time». Il simbolo dell'antiprovvisorietà del suo servizio. Il richiamo contro tutte le tentazioni di interpretare con moduli di dopolavoro l'impegno per i poveri. La negazione di ogni precariato che voglia includere, non solo nella diaconia della carità, ma anche in quella della Parola e della lode liturgica, la banalità aziendale del «turn-over».
Auguri, Sergio.
I laici, vedendoti, si sentano messi in crisi per l'incapacità di dare al loro servizio ecclesiale lo spessore del tempo pieno e, forse, neppure quello del tempo prolungato.
I religiosi ti sperimentino come provocazione alla totalità di una scelta, che è permanente non tanto perché impedita di far passi in avanti quanto perché esorcizzata dal pericolo di far passi all'indietro, con quelle quotidiane ritrattazioni di fedeltà che a poco a poco si rimangiano la bellezza del dono.
I presbiteri ti accompagnino per leggere nella tua vita il filo rosso che deve attraversare tutto l'arco della loro esperienza sacerdotale: la completezza dell'offertorio, la stabilità della consacrazione, il servizio della comunione.
E anche il tuo vescovo, invocando lo Spirito su di te, comprenda che il diaconato permanente, se è il gradino più basso nella gerarchia dell'ordine sacro, è, però, la soglia più alta che l'avvicina a Cristo, «diacono di Jahvè».
Dai, Sergio.
Con me ti benedice tutto il popolo di Dio.
+ Don Tonino, vescovo


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Rimando ad altri post relativi alla mia ordinazione diaconale.

Seguimi! (20/04/2017)
Gratitudine! (20/04/2016)
Stare nella tua casa (20/04/2015)
Chiara, mia moglie (26/04/2011)
Il diacono e il suo vescovo (20/04/2011)
Modello di ogni diaconia (19/04/2011)
Il mio sì (20/04/2010)
Ricordando quel giorno (19/04/2009)
Eccomi (19/04/2008)
Per conoscerci… (la nostra esperienza) (24/02/2008)




lunedì 16 aprile 2018

Il Diaconato in Italia – Indice 2018



Il Diaconato in Italia
Periodico bimestrale di animazione per le chiese locali

Indice 2018 (anno 50°)







Titolo dell'annata:
DIACONI ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO


Temi monografici:

n° 208 – gennaio/febbraio 2018
Diaconato e mondo del lavoro. Per un ministero creativo e solidale
«… nel lavoro creativo, partecipativo e solidale l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (EG 192)

n° 209 – marzo/aprile 2018
Chiamati alla diaconia: la vocazione al ministero diaconale
«La gioia del Vangelo che riempie la vita dei discepoli è una gioia missionaria» (EG 21)

n° 210/211 – maggio/agosto 2018
I diaconi e i giovani: prendersi cura ed accompagnare
«I giovani spesso non trovano risposte alle loro inquietudini» (EG 105)

n° 212 – settembre/ottobre 2018
Diaconi profeti a servizio della bellezza del creato, della pace e di ogni persona
«Cercare la bellezza per una convivenza pacifica tra i popoli e nella custodia del creato» (EG 257)

n° 213 – novembre/dicembre 2018
Formare i diaconi alla spiritualità e alla sinodalità
«… non servono discorsi e prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore» (EG 262)

Vai ai testi…

venerdì 13 aprile 2018

Occorre un cammino di fede!


3a domenica di Pasqua (B)
Atti 3,13-15.17-19 • Salmo 4 • 1 Giovanni 2,1-5a • Luca 24, 35-48
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La sfida che il Vangelo lancia riguarda proprio la conoscenza della vicenda di Gesù, perché non venga scambiato per uno spirito, un fantasma. Non è sufficiente affermare "Il Signore è risorto" se non si comprende esistenzialmente che cosa questo significhi per la nostra vita.
L'evangelista Luca, nel raccontare la risurrezione di Gesù, presenta una sorta di itinerario progressivo che inizia con il sepolcro vuoto, passa attraverso l'apparizione degli angeli alle donne, l'incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus, l'apparizione a Pietro e, giunge infine, agli undici riuniti. Gesù mostra le mani e i piedi, si fa vedere come persona in carne e ossa, mangia una porzione di pesce.
Per giungere alla fede risulta chiaro che non basta che Gesù sia visto, ascoltato, e che mangi davanti ai suoi, ma occorre che la mente sia aperta all'intelligenza delle Scritture: «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Senza le Scritture non si dà fede pasquale. L'intelligenza delle Scritture si contrappone all'ignoranza, a causa della quale Gesù fu ucciso.
Infatti, è molto più facile credere ai miracoli di Gesù che alle sue parole. È molto più facile correre dietro a un'apparizione piuttosto che riconoscere Gesù che sta in mezzo a noi, mangia con noi, condivide la fatica della vita. È molto più facile vivere una dimensione religiosa dentro la nostra vita piuttosto che fare un cammino di fede. La religione è costituita dalle manifestazioni straordinarie, la fede è la capacità di vedere la presenza del Signore nella vita di tutti i giorni. La religione è credere che Gesù sia uno spirito, un fantasma, la fede è credere che Gesù sia una persona.
Vivere la fede pasquale significa guardare avanti e non indietro. Si tratta di avere uno sguardo prospettico e provare a immaginare nelle scelte di vita come sarà e non tanto arrabbiarsi per questa o quella cosa che non va come vorrei. Tante volte anche noi, come i discepoli, rimaniamo inerti: vediamo i segni che ci dicono la risurrezione del Signore, ma non sappiamo abbandonarci alla gioia. Si crea quella situazione un po' strana che descrive il Vangelo: «(i discepoli) per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore». Nel tentativo di scusare gli apostoli, l'evangelista spiega che non credevano ancora perché erano troppo contenti, sembrava loro "troppo bello per essere vero!".
Vivere la fede pasquale significa costruire un cammino che abbia una radice spirituale profonda, ma è altrettanto vero che l'esperienza spirituale vera comprende "la carne e le ossa" del Risorto. Il Cristo non è uno spirito o un fantasma, e il cristianesimo non è un'alienazione o uno spiritualismo quando prende sul serio le cose, soprattutto se dolorose... quando discerne il Risorto mentre tocca la carne, spesso ferita, dell'uomo. La nuova stagione che si è aperta con la risurrezione avrà davvero la forza reale di un annuncio di salvezza, se vivremo nella capacità di accoglierci nelle nostre ferite e di amarci in esse.

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù in persona stette in mezzo a loro (Lc 24,36)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Toccatemi e guardate (Lc 24,39) - (19/04/2015)
(vai al testo…)
 Di questo voi siete testimoni ( Lc 24,48) - (22/04/2012)
(vai al testo…)
 Chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente completo (1Gv 2,5) - (24/04/2009)
(vai al post "Se viviamo la Parola")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  "Gesù risorto "apre" mente e cuore (17/04/2015)
  Suoi testimoni! (20/04/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 3.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 6 aprile 2018

La fede che vince il mondo


2a domenica di Pasqua (B)
Atti 4,32-35 • Salmo 117 • 1Giovanni 5,1-6 • Giovanni 20,19-31
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La fede nel Cristo è il fondamento della nostra figliolanza divina: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio» (1Gv 5,1). E questa divina paternità, che tutti accoglie, ci rende tra noi fratelli, legati da un vincolo di amore che fa capo al Padre comune perché chi ama il Padre «ama anche chi è nato da lui».
Gesù è colui che nella sua passione ha superato la grande prova dell'amore, e ci comunica proprio nell'atto della sua risurrezione, la forza di accogliere e vivere in pienezza il suo comandamento nuovo: «Amatevi a vicenda come io ho amato voi» (Gv 13,34).
Questo "miracolo" dell'amore che deve giungere fino ai nemici, pure essi figli di Dio, è il frutto più prezioso della fede nella forza salvifica e redentrice della risurrezione ed è il segno della nostra appartenenza a Cristo: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri» (Gv 13,35).
Il vangelo ci presenta Gesù che la sera del giorno stesso di pasqua, appare agli apostoli, increduli ed esitanti, ancora chiusi in casa per paura dei giudei.
La fede non aveva ancora illuminato le loro menti né aperto i loro cuori, perciò il timore e il dubbio li dominavano. Ma Gesù entra a porte chiuse: il suo corpo, reale, ma glorioso e incorruttibile, non conosce più barriere né ostacoli; come ha spezzato i vincoli del sepolcro e della morte, penetra attraverso le porte sbarrate e ancora più può irrompere nei nostri cuori chiusi e induriti dall'incredulità e dall'egoismo, per spalancarli alla speranza e all'amore.
Gesù, entrato dai discepoli timorosi, comunica loro il grande dono della pace e per rassicurarli mostra loro le mani e il costato che portavano ancora il segno delle ferite. Poi investe i discepoli, ormai pieni di gioia per averlo riconosciuto, della stessa missione che a lui era stata affidata dal Padre. Quindi, alitando su di loro, comunica ad essi il suo Spirito vivificatore e santificatore, conferendo loro il potere di rimettere i peccati, attuando realmente così la grande promessa del riscatto e della nuova creazione. Nel perdono che ci è dato mediante lo Spirito, siamo veramente rinnovati, diventando in Cristo «nuova creazione».

La prima lettura (cf At 4,32-35) ci dà un quadro mirabile della nuova comunità cristiana, riunita in nome e nel segno della fede, ispirata dall'amore fraterno ed operante, animata e sorretta dalla testimonianza degli apostoli. La moltitudine dei credenti, è detto, aveva un cuore solo e un'anima sola. Chi aveva dei beni non li considerava propri, ma metteva tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno. Questa comunione semplice e gioiosa è veramente il miracolo del Risorto che schiude il cuore gretto ed egoista dell'uomo vecchio per spalancarlo alla novità dell'amore a cui siamo chiamati come cittadini del regno di Dio. È il miracolo della fede semplice, ma profonda, che crede nel mistero di Gesù, figlio di Dio, il quale, con la sua vittoria pasquale, ha fatto nuove tutte le cose.
Il motivo della fede ispira anche la seconda lettura (cf 1Gv 5,1-6). In essa l'apostolo proclama la vittoria della fede: «Chi è che vince il mondo se non colui che crede che Gesù è il figlio di Dio?». È la fede la forza che sconfigge il mondo perché nulla più ha potere contro il Risorto. E noi siamo, per il battesimo e la fede, così strettamente congiunti a lui, da potere, con lui e per lui, essere vittoriosi contro ogni potenza e insidia del male: «Chiunque è generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede».

Il brano del vangelo (cf Gv 20,19-31) è incentrato nella figura di Tommaso. Dopo la descrizione della prima apparizione del risorto ai discepoli, è riportata la reazione negativa di questo apostolo all'annuncio strabiliante della risurrezione del Maestro.
Nel brano finale è narrata la seconda apparizione di Gesù ai discepoli, presente Tommaso, con il quale il Risorto dialoga, per proclamare beati coloro che credono senza aver visto.
«Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio"». In nessun punto del Vangelo di Giovanni c'è una professione di fede così decisa e chiara. Tra la prima professione del discepolo Natanaele (cf Gv 1,49) all'ultima di Tommaso è contenuto il viaggio di fede della comunità. San Gregorio Magno diceva:«Ci ha giovato più l'infedeltà di Tommaso che la fede dei discepoli credenti», perché questi ha vissuto il dramma di molti di noi, ha parlato per noi e per noi ha avuto la risposta.
Alla testimonianza dell'apostolo, Gesù risponde: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Forse siamo poco abituati a riflettere su queste parole così profonde, pronunciate da Gesù nel momento in cui, per la prima volta dopo la passione, un discepolo riconosce esplicitamente la sua divinità.
Beati quelli che credono senza vedere, senza discutere, senza argomentare: ma credono nel Figlio perché si è rivelato e lo Spirito gli ha reso testimonianza. L'annuncio di questa beatitudine ha davvero percorso tutti i secoli e durerà fino alla fine dei tempi.

(spunti da Lectio: Abbazia Santa Maria di Pulsano)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Otto giorni dopo venne Gesù (Gv 20,26)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Abbiamo visto il Signore! (Gv 20,25) - (12/04/2015)
(vai al testo…)
 Beati quelli che hanno visto e hanno creduto ( Gv 20,9) - (15/04/2012)
(vai al testo…)
 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: "Pace a voi" (Gv 20,19) - (17/04/2009)
(vai al post "La nostra Pace")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  "Quelle ferite, il punto più alto dell'amore (11/04/2015)
  La nostra vita con il Risorto (13/04/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 3.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

martedì 3 aprile 2018

La fraternità, frutto del Risorto


Papa Francesco al Regina Coeli di ieri, Lunedì dell'Angelo, ha parlato di fraternità, quale «frutto della Pasqua di Cristo».
Ha detto fra l'altro: «[…] la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l'uomo da Dio, l'uomo da sé stesso, l'uomo dai suoi fratelli. Ma noi sappiamo che il peccato sempre separa, sempre fa inimicizie. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Riscoprire come dare spazio a Gesù che mai separa, sempre unisce. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare una comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi o raggruppati dai propri interessi. Ma la fraternità è una grazia che fa Gesù.
La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo un'altra cosa: la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità. L'angelo che ci dice: “É risorto”, ci aiuti a vivere la fraternità e la novità del dialogo e della relazione e la preoccupazione per il bene comune. […]»

Queste parole sulla fraternità e sulla novità del dialogo e della relazione mi riportano a quanto si legge nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti: «La diaconia di Cristo ha come destinatario l'uomo, ogni uomo, che nel suo spirito e nel suo corpo porta le tracce del peccato, ma è chiamato alla comunione con Dio. […] Cristo si è fatto servo, assumendo la nostra carne; e di questa diaconia la Chiesa è segno e strumento nella storia. Il diacono, dunque, per il sacramento, è destinato a servire i suoi fratelli bisognosi di salvezza» (n. 49).
«Il diacono ricordi, pure, che la diaconia della carità conduce necessariamente a promuovere la comunione all'interno della Chiesa particolare. La carità, infatti, è l'anima della comunione ecclesiale» (n. 55). «I diaconi si proporranno come animatori di comunione. In particolare, laddove si verificassero delle tensioni, non mancheranno di promuovere la pacificazione per il bene della Chiesa» (n. 71), «favorendo in sommo grado il mantenimento, fra gli uomini, della pace e della concordia» (n.13).

(Clicca qui per il Video delle Parole del Papa)

domenica 1 aprile 2018

La vita eterna: un incontro personale con Dio


Parola di vita – Aprile 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna» (Gv 6, 47).

Questa frase di Gesù fa parte di un lungo dialogo con la folla che ha visto il segno della moltiplicazione dei pani e lo segue, forse soltanto per ricevere da lui ancora qualche aiuto materiale. Gesù, partendo dal loro bisogno immediato, porta piano piano il discorso sulla sua missione: è stato inviato dal Padre per dare agli uomini la vera vita, quella eterna, e cioè la stessa vita di Dio, che è Amore. Egli, camminando sulle strade della Palestina, si fa vicino a quanti incontra, non si sottrae alle richieste di cibo, di acqua, di risanamento, di perdono; anzi condivide ogni necessità e ridà speranza a ognuno. Per questo può chiedere poi un passo ulteriore, può invitare chi lo ascolta ad accogliere la vita che ci offre, ad entrare in relazione con Lui, a dargli fiducia, ad avere fede in Lui. Commentando proprio questa frase del Vangelo, Chiara Lubich ha scritto: «Gesù qui risponde all'aspirazione più profonda dell'uomo. L'uomo è stato creato per la vita; la cerca con tutte le sue forze. Ma il suo grande errore è di cercarla nelle creature, nelle cose create, le quali, essendo limitate e passeggere, non possono dare una vera risposta all'aspirazione dell'uomo. […] Gesù solo può saziare la fame dell'uomo. Soltanto Lui può darci la vita che non muore, perché Lui è la Vita» [1].

«In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».

La fede cristiana è prima di tutto il frutto di un incontro personale con Dio, con Gesù, che non desidera altro che farci partecipare alla sua stessa vita. La fede in Gesù è aderire al suo esempio di non vivere ripiegati su noi stessi, sulle nostre paure, sui nostri programmi limitati, ma piuttosto di riversare la nostra attenzione sulle necessità degli altri: necessità concrete come la povertà, la malattia, l'emarginazione, ma soprattutto il bisogno di ascolto, di condivisione, di accoglienza. In questo modo potremo comunicare agli altri, con la nostra vita, lo stesso amore ricevuto come dono di Dio. E per fortificare il nostro cammino, Egli ci ha lasciato anche il grande dono dell'Eucaristia, segno di un amore che dona se stesso per far vivere l'altro.

«In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».

Quante volte, durante la nostra giornata, diamo fiducia alle persone intorno a noi: all'insegnante che istruisce i nostri figli, al tassista che deve portarci a destinazione, al medico che deve curarci … Non si può vivere senza fiducia, ed essa si consolida con la conoscenza, l'amicizia, il rapporto approfondito nel tempo. Come vivremo allora la Parola di vita di questo mese? Continuando il suo commento, Chiara ci invita a ravvivare la nostra scelta ed adesione totale a Gesù: «E sappiamo ormai quale è la via per arrivarvi: […] metter in pratica, con particolare impegno, quelle sue parole che ci ricordano le varie circostanze della vita. Per esempio: incontriamo un prossimo? "Ama il prossimo tuo come te stesso" (cf Mt 22,39). Abbiamo un dolore? "Chi vuol venire dietro a me… porti la sua croce" (cf Mt 16,24), ecc. Allora le parole di Gesù si illumineranno e Gesù entrerà in noi con la sua verità, la sua forza ed il suo amore. La nostra vita sarà sempre più un vivere con Lui, un fare tutto assieme a Lui. Ed anche la morte fisica, che ci attende, non potrà più spaventarci, perché con Gesù ha già avuto inizio in noi la vera vita, la vita che non muore» [2].

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, La vera vita, Città Nuova, 35, [1991], 14, p. 32.
[2] ibid., p. 33.


Fonte: Città Nuova n. 3/Marzo 2018

venerdì 30 marzo 2018

Dalla risurrezione di Gesù è possibile un nuovo inizio per ciascuno


Pasqua di Risurrezione
Atti 10,34a.37-43 • Sal 117 • Colossesi 3,1-4 [1Corinzi 5,6-8] • Giovanni 20,1-9
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

"Gesù è risorto, è vivo, è di nuovo con noi! La vittoria della morte su di lui è stata passeggera: questo il lieto annuncio che oggi ci è rivolto; annuncio che può correre il rischio di non sorprendere più, ma che pur sempre ha la forza di ridonare gioia e speranza a quanti stanno vivendo l'esperienza della sofferenza, delle difficoltà e dell'insuccesso. Il sepolcro vuoto e la testimonianza di Pietro sono i motivi proposti per rinnovare la nostra fede nel Vivente, perché il nostro comportamento sia segnato dalle prospettive aperte dalla risurrezione" (da Parola che si fa vita).
Nessun evangelista racconta il momento della risurrezione di Gesù, ma solo ciò che è successo dopo. Perché? Perché la risurrezione del Signore si vede dalla nostra vita e nella nostra vita. Ci chiediamo, allora: l'uomo d'oggi come può fare esperienza del Signore risorto? Potremmo rispondere: solo se i cristiani testimoniano con la loro vita che Gesù è vivo in mezzo a noi.
Ma possiamo credere nella risurrezione solo se usciamo dal nostro "stare fermi", se ci mettiamo in movimento, se usciamo da noi stessi…
Leggiamo dal vangelo di Giovanni (cf Gv 20,1-9) di Maria di Magdala che si reca al sepolcro…, che corre e va da Simon Pietro; di Pietro e Giovanni che si recano al sepolcro: "correvano tutti e due insieme…".
Maria "corre" non perché crede nella risurrezione, ma per affetto verso Gesù, per ungere il suo corpo… Anche i discepoli vanno al sepolcro a vedere cosa significhi quel "hanno portato via il Signore dal sepolcro".
Solo chi è disposto a recarsi al sepolcro, cioè a mettersi in movimento, a non ripiegarsi su se stesso, sulle proprie miserie, può vivere l'esperienza della fede. Non si tratta di capire tutto, non ci è chiesto di essere perfetti, ma di camminare, di fare un "passaggio": dalle lamentele alla ricerca del Signore. Vivere la fede significa smettere di lamentarsi, uscire da sé, camminare e cercare.
La risurrezione non è una magia! È vedere la vita in maniera nuova. Certo, di fronte alle difficoltà diciamo anche noi come le donne: chi ci sposterà la pietra del sepolcro? Però, appena arrivati, occorre entrare nel sepolcro, andando oltre le nostre paure. Vedere le cose e gli avvenimenti in maniera nuova.
Giovanni arriva, guarda, ma non entra. Pietro arriva ed entra. Allora anche l'altro discepolo entra, vede e crede.
Entrare nel sepolcro e vedere che non è più un luogo abitato dalla morte: sono le premesse per poter credere nella risurrezione.
La fede nella risurrezione non è una semplice fiducia nella vita, ma è credere che la vita nasce dalla morte, come il chicco di grano che caduto in terra muore e produce vita.
Si tratta di entrare nelle situazioni di morte. Entrare e avere in coraggio di guardare in faccia le nostre fragilità, il nostro peccato, le nostre sofferenze, il nostro dolore. Saper guardare oltre e vivere la risurrezione, amando come ha amato Gesù, soprattutto credendo al suo amore per di noi. Dio ci ama personalmente, così come siamo… Ha dato la vita "per me"!
Scrive l'evangelista Giovanni: "Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli".
Guardare oltre: Dove? Cosa? Di fronte alle nostre debolezze, ai nostri fallimenti, al nostro dolore… saper scorgere il volto di Gesù, di Colui che ha preso su di sé tutto il nostro dolore. E riconoscerlo: "Sei Tu!". In uno slancio d'amore per lui, abbracciandolo, abbracciamo il nostro dolore che è una sua particolare presenza, dimostrando così il nostro amore per lui, mettendoci poi a fare la volontà di Dio del momento presente, amando il prossimo che ci passa accanto.
Questo è passare dalla morte alla vita. Questo è entrare nel sepolcro.
In questo nostro "camminare", in questo nostro "uscire da noi", Gesù risorto ci fa dono del suo Spirito, con i suoi doni: la pace, la gioia, la speranza per poter "vedere" con occhi nuovi, con gli occhi del Risorto, la nostra vita, gli avvenimenti che accadono nel mondo.
Il Signore risorto non ha risolto tutti i problemi, ma ha mostrato che è possibile un nuovo inizio: oggi, ora, a qualsiasi età… perché lui è il Vivente.
Allora possiamo ripetere, con cuore sincero, con le parole della Sequenza: "Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi".

(spunti da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Egli doveva risorgere dai morti (Gv 20,9)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 E vide e credette (Gv 20,8) - (05/04/2015)
(vai al testo…)
 È risorto! ( Mc 16,6) - (08/04/2012)
(vai al testo…)
 Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute (At 10,39) - (11/04/2009)
(vai al post "Noi siamo testimoni")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  "Doveva" risorgere (04/04/2015)
  È risorto! (07/04/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 3.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

mercoledì 28 marzo 2018

Partecipi della Sponsalità di Cristo


All'inizio di questo Triduo Santo vorrei riprendere alcuni pensieri dalle meditazioni che mons. Paolo Ricciardi, neo vescovo ausiliare di Roma (vedi il post "Servire, Rischiare, Scomparire") ha offerto al ritiro del clero della diocesi di Frascati, a cui ho partecipato. Filo conduttore il racconto evangelico delle Nozze di Cana, quale "luogo" privilegiato, in questo Triduo santo, per esprimere il rapporto sponsale di Cristo-Sposo con la Chiesa-Sposa e del sacerdote/diacono con la comunità che gli è stata affidata.

Giovedì Santo
La gioia del nostro essere sacerdoti/diaconi

Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1-2).

La nostra chiamata è una festa di nozze. Nello sfondo il racconto evangelico della lavanda dei piedi (cf Gv 13,1-15), Cristo-Sposo esprime, lavando, purificando nello Spirito i piedi della comunità/Sposa, la sua disponibilità al dono totale di sé fino alla fine. Egli congiunge a sé la comunità/sposa che il Padre gli ha dato, realizzando così "l'unica carne" nello Spirito.
Anche il sacerdote/diacono manifesta la propria sponsalità nella disponibilità al dono di sé, lavando i piedi come prova di amore e di perdono, determinato ad amare fino alla fine: "l'unica carne" come dono di sé.
Nella memoria del nostro "sì": felici di essere preti/diaconi così, in questo nostro stare con Gesù, nel nostro stare con la gente.


Venerdì Santo
La croce del nostro essere sacerdoti/diaconi

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,3-4).

Nel nostro ministero la croce è sempre presente, con il suo percorso secondo le varie stazioni della Via Crucis, assieme a Cristo-Sposo. «Non hanno vino!»: Cristo-Sposo sperimenta la lontananza dell'umanità/sposa… Gli apostoli dormono, fuggono…
Sola sta la Donna/Madre insieme ad alcune donne e al discepolo.
È il momento culmine della fecondità di Cristo e della Donna, una fecondità universale. Cristo trafitto genera la nuova, definitiva, Chiesa-Sposa nel Sangue e nello Spirito.
Anche il sacerdote/diacono sperimenta solitudini e abbandoni, ritardi e stanchezze, dimenticanze e trascuratezze, nella fuga e nel tradimento…
Ma nel dono di un amore "testardo" e tenace sperimenta che c'è qualcosa di più forte della morte dentro la morte. Riscopre così una nuova fecondità nei sacramenti come dono del sacerdozio/diaconato e non come funzioni da svolgere: un amore nuziale dove i partners si generano a vicenda, dove Cristo ha bisogno di noi e viceversa, in questo nostro stare con le persone, peccatori come tutti.


Sabato Santo
Il silenzio del nostro ministero

Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo (Gv 2,5-7).

Siamo nel giorno santo del silenzio, "nell'attesa dell'evento", nell'attesa che quell'acqua (ma nessuno lo sa, forse la Madre ne intuisce la portata di ciò che il Figlio sta per compiere) diventi vino.
Cristo-Sposo nel "suo Silenzio", negli Inferi, va in cerca di Adamo ed Eva, la prima coppia umana, immagine della Sposa-umanità.
Anche il sacerdote/diacono sperimenta la sua notte. È la notte oscura in uno strano silenzio, nel disincanto, nelle crisi di rigetto. È una notte abitata dalla nostalgia e dal ricordo dell'amore della giovinezza. È la notte occupata dall'ansiosa attesa e nella ricerca affannata di Dio.
Nell'accettazione del nostro sabato santo, nell'attesa della Pasqua, crediamo che la "fatica" di riempire quelle anfore di seicento litri sarà alla fine ripagata. E nell'attesa facciamo visita a qualcuno che è nella notte oscura.



Notte di Pasqua
La pienezza nuziale del nostro essere sacerdoti/diaconi

Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora» (Gv 2,8-10).

È la notte nuziale della Chiesa, che si abbevera alle lettura dei testi liturgici della Veglia, benedicendo quel fuoco da cui prende luce il cero; quel cero che rende sacre le acque del fonte battesimale.
Cristo-Sposo, il Risorto, chiama ciascuno per nome, come ha fatto con Maria. In questo reciproco riconoscersi, in questo abbraccio, ritroviamo l'amore originario, nel nuovo giardino dell'Eden.
Anche il sacerdote/diacono si "ritrova" e si "ri-incontra". Anche noi, chiamati per nome, come il Risorto chiamiamo le persone a noi affidate per nome, nel loro vero nome, quello che Gesù stesso pronuncia. Allora, nel nuovo giardino dell'Eden, vediamo le ferite come spazio e amore rinnovato più grande.
È la notte luminosa, pienezza di Grazia per il giorno più bello che ci apre all'eternità.


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Vedi anche altri post a suo tempo pubblicati:
  Gesù abbandonato: mistero di Dolore e di Amore (12/04/2017)
  Il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di rinascita (23/03/2016)
  Pasqua, passaggio di Dio e passaggio dell'uomo (01/04/2015)
  Il mistero di quei tre giorni (18/04/2014)
  Il Servo di Jahwè (15/04/2014)
  Nati da quel Sangue (6/04/2012)
  Li amò sino alla fine (2/04/2010)
  Il nostro modello (30/03/2010)
  Nel deserto del mondo… (9/04/2009)
  Quel seme che muore per dar vita (6/04/2009)
  Il sepolcro vuoto (19/03/2008)


domenica 25 marzo 2018

Nel Figlio-Servo l'univa via alla speranza




Domenica della Palme. Il Re-Servo entra in Gerusalemme "spogliatosi" di tutto per regnare dalla Croce: follia d'amore di un Dio.
Nella sua kenosi è «l'unica via in cui si può riaprire per noi la porta della speranza», secondo le parole di Klaus Hemmerle, vescovo di Aachen (Germania).
Riporto di seguito, in questa Domenica di Passione, un suo pensiero scritto alla fine del 1993, poco prima della sua morte (23 gennaio 1994).

«In te Signore ho posto la mia speranza; non sarò confuso in eterno (Sal 71,1)».

«Dio, tu mi reggi forte così come sono.
Dio, tu reggi il mondo così com'è.
Dio, tu reggi forte questo prossimo così com'è.
Essere sorretti da Lui che è sceso nella "kenosi", che si è spogliato di tutto e ha preso la forma di servo: questa è l'unica via in cui si può riaprire per noi la porta della speranza.
Accogliere Lui che ci ha accolti per primo.
Farci portare da Lui.
Credere che siamo sorretti da Lui.
Questa è la cruna dell'ago attraverso cui riceviamo il filo della speranza che vi è infilato.
Questo Dio può darci davvero la speranza.
E qui la nostra Chiesa con tutti i suoi sbagli e le sue debolezze, con tutte le sue richieste e le sue sfide troppo grandi e troppo piccole, può essere una realtà straordinaria: una comunità di uomini che credono al fatto che sono stati accolti e sostenuti, una comunità di uomini che si sostengono reciprocamente, in cui ognuno regge l'altro».

Da "Klaus Hemmerle, innamorato della Parola di Dio" - Città Nuova Ed. pp 290-91

venerdì 23 marzo 2018

Acclamiamo la vittoria di Cristo sulla morte


Domenica delle Palme (B)
Isaia 50,4-7 • Salmo 21 • Filippesi 2,6-11 • Marco 14,1-15,47
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Con la processione delle palme iniziano le celebrazioni della Settimana Santa. Non solo cronologicamente, ma anche e soprattutto "sacramentalmente". Tutto ciò che la Chiesa vive nei giorni santi - la passione e morte del Signore - viene introdotto simbolicamente con il significativo rito della processione.
Ma questa "introduzione" nel significato della Settimana Santa tramite la processione delle palme si verifica solo se si sa dare a questo rito il suo vero significato. Si tratta di "significare" l'entrata di Cristo nella Gerusalemme definitiva attraverso il trionfo della sua morte. La processione non ha, dunque, come fine principale quello di imitare l'evento storico avvenuto la domenica precedente la morte del Signore, ma di presentare un simbolo di ciò che in quell'avvenimento era "profetizzato", dando al popolo uno strumento per partecipare all'entrata escatologica di Gesù, attraverso il mistero pasquale, nel regno definitivo di Dio. Si deve vivere questa celebrazione «come una profezia della passione e del trionfo del Signore» (Caerimoniale episcoporum, n. 263), cioè, come un cammino che lo porta dalla croce fino alla gloria, cammino che, assieme al Signore, la Chiesa vuole percorrere con quella fede che proclama anche quando soffre e sembra fallire, perché riconosce e confessa la sua vittoria definitiva.
È in questo contesto, nell'acclamare e nel seguire il Crocifisso che è Re, che la processione delle palme riacquista la sua vera dimensione.
La Domenica delle Palme è fondamentalmente una domenica. Come tutte le domeniche dell'anno, celebra la risurrezione del Signore, la sua vittoria. Le caratteristiche di questa domenica possono aiutarci a scoprire il significato di ogni domenica cristiana. In particolare, la processione è come un'acclamazione per la vittoria del Signore, cosa che celebriamo anche ogni domenica. La narrazione della passione sottolinea il fatto che Cristo ottiene la vittoria attraverso la sofferenza e la morte. Le palme e i ramoscelli d'ulivo - segni popolari di vittoria - manifestano che la morte sulla croce è cammino di vittoria, e vittoria essa stessa, in quanto questa morte ha distrutto la morte. La celebrazione di oggi, dunque, riassume la dinamica del mistero pasquale di Cristo, che è anche il contenuto della nostra celebrazione domenicale.
La processione, pertanto, non ha solo il fine di ricordare un fatto storico passato, ma anche quello di fare una solenne professione di fede nella quale la croce e la morte di Cristo sono in definitiva una vittoria. Il colore rosso dei paramenti, in questo giorno, indica la morte del martire e la sua vittoria.
La benedizione dei rami, che è una parte secondaria rispetto alla processione, ha senso solo se legata alla processione. Per questo è proibito limitarsi alla benedizione dei rami, se non si fa la processione. In questo giorno, infatti, si vuole acclamare Cristo nel suo cammino pasquale. Benedicendo i rami non si vuole dare ai fedeli degli "oggetti benedetti" da tenere, ma acclamare con essi Cristo nella processione.
L'ingresso di Gesù a Gerusalemme è allo stesso tempo l'ingresso del Servo, che cammina verso la morte, e del Signore, che sarà glorificato.

(spunti da Lectio: Abbazia Santa Maria di Pulsano)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Davvero quest'uomo era Figlio di Dio! (Mc 15,39)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Davvero quest'uomo era Figlio di Dio! (Mc 15,39) - (29/03/2015)
(vai al testo…)
 L'anima mia è triste fino alla morte(Mc 14,34) ( Mc 14,34) - (01/04/2012)
(vai al testo…)
 Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! (Mc 15,39) - (03/04/2009)
(vai al post "Amore e Dolore")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  La potenza dell'amore (28/03/2015)
  Nel grido del suo abbandono! (31/03/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 3.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

domenica 18 marzo 2018

Quaresima 2018: perseveranti nella carità! [3]


Riprendo, in questo ultimo squarcio del cammino quaresimale, il messaggio di papa Francesco per questa Quaresima, guardando a quanto ci è stato offerto «assieme alla medicina, a volte amara, della verità», «il dolce rimedio della preghiera, dell'elemosina e del digiuno».
La preghiera, che permette «al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi, per cercare finalmente la consolazione in Dio».
Il digiuno, che da un lato «toglie forza alla nostra violenza, ci disarma… e ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario e conoscono i morsi quotidiani della fame»; dall'altro «esprime la condizione del nostro spirito, affamato e assetato della vita di Dio». «Il digiuno ci sveglia, ci fa più attenti a Dio e al prossimo, ridesta la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame». Il digiuno, che non può mai essere dissociato dalla preghiera e dalla carità.
L'elemosina, l'esercizio concreto della carità fraterna, ci libera quindi «dall'avidità e ci aiuta a scoprire che l'altro è mio fratello», perché «ciò che ho non è mai solo mio». Come aumenterebbe la credibilità delle nostre comunità cristiane, se la condivisione dei nostri beni fornisse «una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa»!
«Come vorrei - scrive papa Francesco - che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede aiuto, noi pensassimo che lì c'è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un'occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?». Così la carità, oltre che a sfamare chi è nella necessità, ci farebbe fare l'esperienza della comune figliolanza col Padre e la nostra comune fraternità in Gesù, perché tutti siamo avvolti dalla misericordia del Padre nel Figlio Gesù: non c'è carità senza misericordia.
Scrive san Giovanni di Dio nelle sue "Lettere": «Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremmo mai di fare del bene tutte le volte che se ne offre la possibilità. Infatti quando per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso a dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna».
Ed ancora, più esplicitamente, san Gregorio Nazianzeno nei suoi "Discorsi": «Ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli unguenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d'Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l'oro, l'incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo da qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore».

venerdì 16 marzo 2018

Ciò che è donato produce vita


5a domenica di Quaresima (B)
Geremia 31,31-34 • Salmo 50 • Ebrei 5,7-9 • Giovanni 12,20-33
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La V domenica di Quaresima, che nel Ciclo A riporta il racconto evangelico della risurrezione di Lazzaro dove Gesù si definisce "risurrezione e vita", nell'odierno Ciclo B fa da sfondo un analogo discorso: quello della vita che scaturisce dalla morte, dal seme che gettato in terra muore per produrre il suo frutto.
Per ognuno di noi la vita è il bene più prezioso. Ma quale vita? Quale la sorgente della Vita? Dove cercarla? Questo desiderio irrefrenabile, sincero, viene espresso, all'inizio del brano odierno (cf Gv 12,20-33), dalla richiesta espressa da alcuni Greci: «Vogliamo vedere Gesù».
È una richiesta semplice e diretta che ogni persona desidera esprime quando viene in contatto con le nostre comunità ecclesiali. Ma le risposte sono all'altezza di questo desiderio oppure siamo preoccupati di altro, tanto da far disamorare chi vorrebbe sinceramente incontrare Gesù?
Anche oggi, come quei greci al tempo di Gesù, molti sono quelli che, incontrando le nostre comunità non certo perfette, chiedono solo di vedere il volto di Gesù e di farne esperienza.
Anche oggi la via di questo incontro è tracciata senza ambiguità dalla risposta di Gesù: la vita che passa dalla morte. Nella contraddizione tra vita e morte è possibile fare esperienza di Lui, nonostante il nostro comune sentire che contrappone nettamente la vita alla morte. Per questo temiamo così tanto la morte, perché essa contraddice le aspirazioni e i desideri che spingono la nostra vita in avanti.
Gesù, con la metafora del grano che muore per portare frutto, mostra chiaramente che vita e morte non si oppongono, ma che l'una sia via all'altra. È il senso della Pasqua, di quella Pasqua, imminente, che Gesù sta per attraversare e che racchiude il senso completo della sua esistenza: una scelta di vita e di eternità, non un salto nel buio.
La metafora del chicco di grano non illumina solo la vita di Gesù, ma anche il nostro quotidiano, col suo egoismo che ci attanaglia, con la paura della morte. La vita ci sfugge ogni giorno di più, inesorabile, col passare del tempo. E noi cerchiamo di trattenerla, trattenendo le cose, accumulando cose inutili, esigendo sempre di più momenti per noi, coltivando in modo squilibrato il nostro benessere. In realtà abbiamo paura della morte. Siamo intimamente convinti che sia lei ad avere l'ultima parola e non abbia senso occuparsi del prossimo. Per cui "mangiamo e beviamo, perché domani moriremo", come ricordava Paolo ai corinzi. Ci attacchiamo alle cose perché sentiamo di staccarci dalla vita.
Gesù indica, invece, che non c'è modo di conservare la vita se non donandola. Come non c'è vero amore senza distacco da se stessi, senza "perdita". L'amore è una forma di morte e di rinuncia a sé. Eppure questa "morte" produce vita attorno, e molta. È la logica del chicco di grano. Tutto ciò che è trattenuto è perso: invecchia e marcisce senza scopo. Invece, tutto ciò che è donato nell'autenticità risorge e si moltiplica.
Solo così potremo "entrare" nella Pasqua ormai vicina e "vedere" Gesù nella sua gloria.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto (Gv 12,24)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Vogliamo vedere Gesù (Gv 12,21) - (22/03/2015)
(vai al testo…)
 Se uno mi vuol servire, mi segua (Gv 12,26) - (25/03/2012)
(vai al testo…)
 Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto (Gv 12,24) - (17/03/2009)
(vai al post "Se muori per amore, trovi la vita")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Lui ci attira a sé (20/03/2015)
  Se il chicco di grano… (23/03/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 2.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

mercoledì 14 marzo 2018

Dietro a Chiara…




14 marzo 2018 - 10° anniversario della scomparsa di Chiara Lubich.
Ho sempre davanti agli occhi e nel profondo del cuore quei momenti, quando assieme ad una folla di suoi "figli" le abbiamo dato l'ultimo saluto la sera prima della sua "partenza" per il Cielo. Lì, in quegli istanti, lunghissimi, carichi all'inverosimile di quella sacralità che ti prende l'anima nel più profondo, ho compreso la grandezza del dono ricevuto, l'aver potuto partecipare, al di là di me e dei miei limiti, di un carisma, unico, che ha dato senso a tutta la mia vita, che ha illuminato di rara luce il mio essere cristiano, il mio essere nella Chiesa e per la Chiesa, il mio essere diacono, al servizio degli ultimi e delle persone che soffrono.

Questa meditazione di Chiara mi ricorda ogni giorno il mio genuino essere per gli altri.

Signore, dammi tutti i soli…

Ho sentito nel mio cuore la passione che invade il Tuo
per tutto l'abbandono in cui nuota il mondo intero.
Amo ogni essere ammalato e solo:
anche le piante sofferenti mi fanno pena…,
anche gli animali soli.
Chi consola il loro pianto?
Chi compiange la loro morte lenta?
E chi stringe al proprio cuore il cuore disperato?
Dammi, mio Dio, d'essere nel mondo il sacramento tangibile
del tuo Amore, del tuo essere Amore:
d'esser le braccia tue che stringono a sé
e consumano in amore tutta la solitudine del mondo.


Vedi anche i post:
Grazie, Chiara! (14/03/2017)
Grazie, Chiara! (15/03/2008)

venerdì 9 marzo 2018

La luce è venuta nel mondo!


4a domenica di Quaresima (B)
2Cronache 36,14-16.19-23 • Salmo 136 • Efesini 2,4-10 • Giovanni 3,14-2
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Questa IV domenica di Quaresima, che nel Ciclo A delle letture riporta il brano evangelico del cieco nato, è caratterizzata da tema della luce: «La luce è venuta nel mondo». L'esperienza di fede, infatti, è descritta dal brano evangelico proposto per il Ciclo B - che narra dell'incontro di Gesù con Nicodemo - (cf Gv 3,14-21), come un "venire alla luce", un rinascere. Nell'esperienza di Dio, tuttavia, il buio non scompare del tutto. Anzi, più forte è la luce, tanto più netta è l'ombra che essa genera, laddove un corpo vi fa schermo. Ed è proprio dall'esperienza di fede che percepiamo le ombre della nostra vita: atteggiamenti, pensieri, azioni con cui abbiamo quietamente convissuto e che ora, di fronte al raggio di questa "luce", ci appaiono inaccettabili e inconciliabili con la sequela evangelica.
Quante volte abbiamo pensato moralisticamente che la nostra fede o la pratica frequente dei sacramenti avrebbero cancellato queste ombre, anche le più tenaci e resistenti della nostra vita! Ma non è stato così. Continuiamo a convivere con miserie e fragilità piccole o grandi. Non siamo diventati perfetti e non lo diventeremo mai.
Tuttavia, il peso dei nostri limiti fa riaffiorare la domanda di sempre: siamo degni dell'amore di Dio? Crediamo all'amore di Dio, nonostante noi? Crediamo più al "giudizio" o alla "condanna", piuttosto che all'essere accolti, così come siamo, dall'amore del Padre?
Siamo tentati spesso, in questa esperienza dei nostri limiti, a presentarci, anche davanti a Dio, con un atteggiamento che voglia nascondere le nostre nudità… Per questo, alle volte, amiamo "più le tenebre che la luce". Stiamo nell'ombra davanti a Dio, come davanti ai nostri fratelli. Non siamo trasparenti proprio a causa dell'interna tensione che ci abita, non riuscendo ad aprile la nostra tenebra a Dio, in pienezza di verità. È proprio in queste circostanze che sentiamo la voce dell'antico serpente che insinua in noi il volto di un Dio giudice e rivale della nostra felicità. Ed è allora che la nostra salvezza sta nell'alzare il nostro sguardo, nel levare i nostri occhi verso "il Figlio dell'uomo innalzato". In questo "innalzamento" tutte le genti riconosceranno il vero volto di Dio. Come il serpente nel deserto, il crocifisso è per noi un'immagine di dolore e di morte. Ma sappiamo che la sua bruttura è la nostra bruttura. Sono le nostre tenebre che sfigurano il volto di Cristo. Tuttavia non siamo davanti al Santo che giudica e condanna il peccatore. Siamo piuttosto davanti al Santo che si è fatto peccato e maledizione per restituirci la nostra bellezza perduta.
Mai siamo davanti alla nostra tenebra nella solitudine così da poterci abbandonare alla disperazione. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Solo nella nostra umiltà possiamo deporre tutto il nostro essere ai piedi della croce e sperimentare che quel peso schiacciante della nostra infedeltà viene sollevato da Cristo al posto nostro. Questo è il senso dell'innalzamento del Figlio dell'Uomo. Capiremo con tutto noi stessi che in quel «come Mosè innalzò il serpente così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbai la vita eterna», che è davvero necessario che sia vinta la nostra paura di Dio e possiamo veramente "venire alla luce".

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dio ha mandato il Figlio perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 2,11)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Chi fa la verità viene verso la luce (Gv 3,21) - (15/03/2015)
(vai al testo…)
 Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio (Gv 3,16) - (18/03/2012)
(vai al testo…)
 Bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna (Gv 3,14-15) (Gv 3,14-15) - (20/03/2009)
(vai al post "Il Crocifisso-Risorto, mistero di Dio")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Il "Giudizio" di Dio (13/03/2015)
  La gioia di sentirsi ed essere amati (16/03/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2018)
  di Luigi Vari (VP 2.2015)
  di Marinella Perroni (VP 3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 2.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 7 marzo 2018

Quaresima 2018: perseveranti nella carità! [2]


Riprendo il messaggio di papa Francesco per questa Quaresima per rimettermi in sintonia con lui e «vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia».

«Per il dilagare dell'iniquità, si raffredderà l'amore di molti» (Mt 24,12).
«Come si raffredda in noi la carità? – si chiede il Papa – Quali sono i segni che indicano che in noi l'amore rischia di spegnersi?».
Ed elenca questi segni dove il nostro cuore entra in quella spirale che non dà ossigeno, ma lo ammorba di quell'aria che è anticipo di morte spirituale, di asfissia: «l'avidità per il denaro», «il rifiuto di Dio» con il conseguente rifiuto «di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti».
Quando il cuore non pulsa più d'amore, tutto «si tramuta in violenza», soprattutto verso coloro che minacciano le «nostre certezze»: «il bambino non ancora nato, l'anziano malato, l'ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese».
«Anche il creato è testimone di questo raffreddamento della carità: la terra avvelenata…, i mari inquinati…, i cieli solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte».
Le persone con un cuore freddo e arido rivolgono ogni attenzione verso se stessi in una spirale che porta alla paralisi e alla morte. Una desolazione, assenza di speranza, che invade non solo le persone, ma le stesse comunità.
È esperienza quotidiana il constatare se nelle nostre comunità regna un clima di pace, di accoglienza, di gioia, di fraternità, oppure se continuiamo a camminare "per inerzia", con programmi standard, che non si possono modificare, pena l'immobilismo che blocca la spinta ad "uscire" dal nostro guscio autoreferenziale ed andare "oltre" e riempire di gioia e di speranza ogni nostro incontro.
E papa Francesco enumera questi sintomi che bloccano lo slancio delle nostre comunità: «l'accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l'ardore missionario».

«Chi non ama – dice il noto canto – resta sempre nella notte e dall'ombra della morte non risorge, ma se noi camminiamo nell'amore saremo veri figli della luce!».


martedì 6 marzo 2018

Quaresima 2018: perseveranti nella carità! [1]


Ho ripreso il messaggio di papa Francesco per questa Quaresima per rimettermi in sintonia con lui e «vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia».
Fa riflettere la Parola sintesi: «Per il dilagare dell'iniquità, si raffredderà l'amore di molti» (Mt 24,12).
Non c'è dubbio ed è sotto gli occhi di tutti questo «dilagare dell'iniquità»! Se da un lato ci porta in prima fila nel "combattimento", dall'altro si assiste ad un "raffreddamento" in molti della speranza e quindi della capacità di dare testimonianza attraverso la carità. Si raffredda l'amore e quindi la vita!
Qui sta la "debolezza" delle nostre comunità cristiane che, pur nella buona volontà di tanti, non sono in grado di incidere nel tessuto sociale.
Un cristianesimo debole? Vissuto "come si può"?
Tutti siamo, più o meno, contagiati o condizionati. Anch'io non posso sentirmi escluso da questa situazione. E mi chiedo: sono per le persone che mi stanno accanto e per quelle che mi sono affidate riferimento e testimonianza di serenità, di luce, di speranza… di gioia?
Si sa, «di fronte ad eventi dolorosi» è facile, in questa "debolezza" diffusa, dare ascolto a quei «falsi profeti» che ingannano molti, «tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo».
Questi falsi profeti sono come «incantatori di serpenti», che «approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro».
In questa nostra "società liquida" è facile lasciarci abbindolare, non avendo punti di riferimento certi perché condizionati dalla "corrente" delle opinioni più varie e strane. Condizionati, tra l'altro, da una sfiducia diffusa anche verso persone e istituzioni che credevamo "sicure" e "credibili".
Siamo, come cristiani, messi alla prova. Gesù ci aveva ricordato che avremmo avuto difficoltà, sofferenza, persecuzioni… e che gli stessi "nostri di casa" sarebbero diventati nostri "avversari", invitandoci alla "perseveranza" per rimanere saldi ed essere salvati.
«Quanti uomini e donne vivono come incantati dall'illusione del denaro… Quanti vivono pensando di badare a se stesi e cadono preda della solitudine!».
«Ognuno - continua il Papa – è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti». Ed «imparare a non fermarsi al livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un'impronta buona e più durevole, perché viene da Dio».
Ecco allora: guardare a Lui ed essere certi della sua fedeltà!

venerdì 2 marzo 2018

La nostra vita "unificata" in Gesù, vero santuario del Padre


3a domenica di Quaresima (B)
Esodo 20,1-17 • Salmo 18 • 1Corinzi 1,22-25 • Giovanni 2,13-25
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La terza domenica di Quaresima è caratterizzata, nel ciclo A dal racconto evangelico dell'incontro di Gesù con la Samaritana, dove le viene rivelato il vero culto da dare a Dio: non più al tempio di Gerusalemme né sul monte Garzim, ma nello Spirito Santo e nella Verità che è Gesù Cristo (cf Gv 4,23-24); mentre nel brano odierno (ciclo B) l'attenzione viene focalizzata sull'episodio della cacciata dei venditori dal tempio e della conseguente presentazione che Gesù fa di se stesso, quale nuovo tempio.

In questo contesto, vediamo messi a confronto tre templi, tre luoghi di culto che si intersecano tra di loro: il tempio di Gerusalemme, il corpo di Gesù, il cuore dell'uomo. Tutto inizia nel tempio, per compiersi nella Pasqua di Gesù, al fine di rinnovare il cuore dell'uomo.
Che intenzione aveva Gesù quando scacciò i mercanti del tempio? Aveva forse in mente di riformare il culto della tradizione mosaica? Certamente si trattava di un gesto di rottura. La novità delle sue parole e la libertà delle sue parole operavano una taglio netto con la tradizione. Ma la cacciata dei mercanti dal tempio non va confusa con una reazione eccessiva dettata dallo sdegno del momento, anche perché la presenza dei venditori era perfettamente legittima. Il gesto di Gesù si inserisce nei gesti provocatori che anche i profeti avevano compiuto. La reazione dei giudei presenti non è un invito alla moderazione, ma piuttosto alla richiesta di un segno che giustifichi la sua pretesa profetica, il suo essere profeta che lancia questa provocazione.
E Gesù rimanda ad un altro tempio, che si riedificherà in tre giorni, al suo corpo.
È il riferimento al corpo di Gesù, vero santuario del Padre, che ci fa cogliere il vero significato del tempio, dove tutto parla di consacrazione. Tutto in Gesù è dato e sarà dato per il compimento di salvezza nella missione ricevuta dal Padre.
In realtà, non vi è nulla in un edificio adibito al culto che sia fuori della glorificazione di Dio e non sia orientato a questo scopo. Ma Gesù, di fronte all'attività dei venditori, denuncia una situazione in cui il mezzo è sganciato dal fine, come qualcosa che ha in sé la propria sussistenza. Per questo la Casa del Padre è diventata un luogo di mercato. Il mezzo è diventato il fine!

Possiamo trasporre questa situazione alla nostra consacrazione battesimale. Nella nostra vita ci sono attività non direttamente collegabili ad un rito cultuale, quale la vita familiare e professionale. Anzi la maggior parte delle nostre azioni non hanno nulla a che fare con una pratica religiosa. Eppure, in virtù del battesimo noi siamo diventarti tempio dello Spirito Santo. In questa nuova nostra condizione non è più possibile che lavoro o famiglia divengano realtà completamente autonome, sganciate dalla nostra fede o senza un riferimento ad essa. I cristiani non lavorano né sviluppano le proprie capacità professionali nel nome di un uomo, né costruiscono una famiglia che divenga antagonista all'obbedienza dovuta al vangelo.
La fede è forse divenuta come l'abito domenicale da indossare solo nel giorno di festa per poi riporlo sino alla festività successiva? Questo atteggiamento, che caratterizza purtroppo la situazione attuale delle nostre comunità cristiane, ha generato una vara e propria schizofrenia accompagnata da prevedibili scandali e contraddizioni, con fatti che sono in contrasto con la nostra consacrazione battesimale.

Il corpo di Gesù sta allora di fronte al tempio di Gerusalemme come denuncia di una situazione lontana dalla Pasqua, ormai alle porte, quale evento salvifico che realizza in pieno la nostra realtà di "popolo sacerdotale" e di "nazione santa". Il tempio di Gerusalemme riflette invece la situazione del cuore umano, diviso ed incapace di unificare se stesso nell'adorazione del vero Dio.
Guardare allora alla nostra vita ed alla vita delle nostre comunità come al corpo di Cristo è continuare l'impegno quaresimale per poter celebrare in pienezza la risurrezione dai morti del Figlio di Dio.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere (Gv 2,9)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,21) - (08/03/2015)
(vai al testo…)
 Molti credettero nel suo nome (Gv 2,23) - (11/03/2012)
(vai al testo…)
 Noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio (1Cor 1,23-24) - (13/03/2009)
(vai al post "Il Crocifisso, mistero d'amore")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Gesù, nuovo "tempio" per l'uomo di oggi (7/03/2015)
  Il nuovo Tempio (9/03/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 2.2018)
  di Luigi Vari (VP 2.2015)
  di Marinella Perroni (VP 2.2012)
  di Claudio Arletti (VP 2.2009)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 1 marzo 2018

Una guida sicura nel nostro cammino: Gesù, la Via


Parola di vita – Marzo 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri» (Sal 25,4).

Il re e profeta Davide, autore di questo salmo, è oppresso dall'angoscia e dalla povertà e si sente in pericolo di fronte ai suoi nemici. Vorrebbe trovare una strada per uscire da questa situazione dolorosa, ma sperimenta la sua impotenza. Allora alza gli occhi verso il Dio di Israele, che da sempre custodisce il suo popolo e lo invoca con speranza perché venga in suo aiuto. La Parola di vita di questo mese sottolinea, in particolare, la sua richiesta di conoscere le vie e i sentieri del Signore, come luce per le proprie scelte, soprattutto nei momenti difficili.

«Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri».

Anche a noi capita di dover fare scelte decisive per la nostra vita, che impegnano la coscienza e tutta la nostra persona; a volte abbiamo tante possibili strade davanti a noi e siamo incerti su quale sia la migliore, altre volte ci sembra di non averne nessuna …. Cercare una via per andare avanti è profondamente umano, e a volte abbiamo bisogno di chiedere aiuto a chi consideriamo amico. La fede cristiana ci fa entrare nell'amicizia con Dio: Egli è il Padre che ci conosce intimamente e ama accompagnarci nel nostro cammino. Egli ogni giorno invita ciascuno di noi ad entrare liberamente in un'avventura, avendo come bussola l'amore disinteressato verso Lui e tutti i suoi figli. Le strade, i sentieri sono anche occasioni di incontro con altri viaggiatori, di scoperta di nuove mete da condividere. Il cristiano non è mai una persona isolata, ma fa parte di un popolo in cammino verso il disegno di Dio Padre sull'umanità, che Gesù ci ha rivelato, con le sue parole e tutta la sua vita: la fraternità universale, la civiltà dell'amore.

«Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri».

E le vie del Signore sono audaci, a volte sembrano al limite delle nostre possibilità, come i ponti di corda gettati tra le pareti delle rocce. Esse sfidano abitudini egoistiche, pregiudizi, falsa umiltà e ci aprono orizzonti di dialogo, incontro, impegno per il bene comune. Soprattutto ci richiedono un amore sempre nuovo, stabilito sulla roccia dell'amore e della fedeltà di Dio per noi, capace di arrivare fino al perdono. Esso è la condizione irrinunciabile per costruire relazioni di giustizia e di pace tra le persone e tra i popoli. Anche la testimonianza di un gesto d'amore semplice, ma autentico, può illuminare la strada nel cuore degli altri. In Nigeria, durante un incontro in cui giovani e adulti potevano condividere le esperienze personali di amore evangelico, Maya, una bambina, ha raccontato: "Ieri, mentre stavamo giocando, un bambino mi ha spinta e sono caduta. Mi ha detto "scusa" e l'ho perdonato". Queste parole hanno aperto il cuore di un uomo il cui padre era stato ucciso da Boko Haram: "Ho guardato Maya. Se lei, che è una bambina, può perdonare significa che anche io posso fare altrettanto".

«Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri».

Se vogliamo affidarci ad una guida sicura nel nostro cammino, ricordiamo che proprio Gesù ha detto di sé: "Io sono la Via…" (Gv 14,6). Rivolgendosi ai giovani riuniti a Santiago di Compostela, per la Giornata mondiale della gioventù del 1989, Chiara Lubich li ha incoraggiati con queste parole: "[…] Definendo se stesso come "la Via", ha voluto dire che dobbiamo camminare come ha camminato lui […]. Si può dire che la via percorsa da Gesù ha un nome: amore. […] L'amore che Gesù ha vissuto ed ha portato è un amore speciale ed unico. […] E' l'amore stesso che arde in Dio. […] Ma amare chi? Amare Dio certamente è il primo nostro dovere. Poi: amare ogni prossimo. […] Dal mattino alla sera, ogni rapporto con gli altri va vissuto con quest'amore. In casa, all'università, al lavoro, nei campi sportivi, in vacanza, in chiesa, per strada, dobbiamo cogliere le varie occasioni per amare gli altri come noi stessi, vedendo Gesù in loro, non trascurando nessuno, anzi amando tutti per primi. […] Entrare più profondamente possibile nell'animo dell'altro; capire veramente i suoi problemi, le sue esigenze, i suoi guai e anche le sue gioie, per poter condividere con lui ogni cosa. […] Farsi, in certo modo, l'altro. Come Gesù che, Dio, si è fatto, per amore, uomo come noi. Così il prossimo si sente compreso e sollevato, perché c'è chi porta con lui i suoi pesi, le sue pene e condivide le sue piccole felicità. "Vivere l'altro", "vivere gli altri": questo è un grande ideale, questo è superlativo […]".

Letizia Magri

Fonte: Città Nuova n. 2/Febbraio 2018