venerdì 22 settembre 2017

Il Dio che viene a cercarmi anche quando si sarà fatto molto tardi


25a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 55,6-9 • Salmo 144 • Filippesi 1,20c-24.27a • Matteo 20,1-16
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna
Questa parabola ci assicura che il mondo nuovo che deve nascere è vigna e passione di Dio, al punto che arriva a definire se stesso come vite e noi come tralci, per dire che il progetto di Dio per il mondo, sua vigna, è una vendemmia profumata, un vino di festa, una promessa di felicità: io sono vigna e passione di Dio! Il suo campo preferito, di cui ha cura uscendo per ben cinque volte, da un buio all'altro, a cercare operai.

Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?
I padrone esce a cercare operai fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C'è dell'altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?. Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell'uomo.

Quando fu sera il padrone disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e dai loro la paga cominciando dagli ultimi…
Il punto di svolta del racconto risiede nel momento della paga: comincia dagli ultimi della fila e dà a chi ha lavorato un'ora sola lo stesso salario concordato con quelli dell'alba. Finalmente un Dio che non è un «padrone», nemmeno il migliore dei padroni. Non è un contabile. Un Dio ragioniere non converte nessuno. È un Dio buono! Quel denaro regalato ha lo scopo di assicurare il pane per oggi e la speranza per domani a tutte le case.

Sei invidioso perché io sono buono?
È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce le regole del mercato. Un Dio che sa ancora saziarci di sorprese. Non segue la logica della giustizia, ma lo fa per eccesso, per dare di più. Vuole garantire vite, salvare dalla fame, aggiungere futuro. È commovente vedere questo Dio che accresce vita, con quel denaro immeritato che giunge benedetto e benefico a quattro quinti dei lavoratori.

I primi nel ritirare il denaro mormoravano contro il padrone…
Gli operai della prima ora, quando ricevono il denaro pattuito, sono delusi: non è giusto, dicono, noi meritiamo di più degli altri. Ma il padrone: Amico, non ti faccio torto. Il padrone non è stato ingiusto, ma generoso. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. E lancia tutti in un'avventura sconosciuta: quella della bontà. Che non è giusta, è oltre, è molto di più.

Io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te…
La bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l'amore è giusto, è altra cosa, è di più. Se l'operaio dell'ultima ora io lo sento come mio fratello o mio amico, allora sono felice con lui, con i suoi bambini, per la paga eccedente. Se invece mi ritengo operaio della prima ora e misuro le fatiche, se mi ritengo un cristiano esemplare, che ha dato a Dio tanti sacrifici e tutta la fedeltà, che ora attende ricompensa adeguata, allora posso essere urtato dalla retribuzione uguale data a chi ha fatto molto meno di me.
È drammatico: si può essere credenti e non essere buoni!

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l'ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.
Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Andate anche voi nella mia vigna (Mt 20,7)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,15) - (21/09/2014)
(vai al testo…)
 Sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,15) - (18/09/2011)
(vai al testo…)
 Andate anche voi nella mia vigna (Mt 20,7) - (19/09/2008)
(vai al post "Anche noi chiamati")

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 8.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 8.2014)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 21 settembre 2017

Matrimonio e Ordine: due Sacramenti di Servizio


Ho letto un intervento di Carlo de Cesare, diacono della diocesi di Napoli, sul tema "Due Sacramenti di servizio: Matrimonio e Ordine; e modalità di vita nell'ambito del Sacramento dell'Ordine", dove si affronta il discorso sul diaconato uxorato nella Chiesa Latina.
Dopo aver illustrato la figura del ministro ordinato nel suo stato di vita e nella propria Chiesa di appartenenza, si affronta il discorso sul diacono sposato e lavoratore nella sua disponibilità di tempo per il ministero, e vi si legge tra l'altro:
«[…] I due Sacramenti non sono in concorrenza tra di loro. È possibile che una scelta escluda l'altra, ma nell'Ordine e nel Matrimonio la convivenza è possibile perché il celibato per i presbiteri nella Chiesa Romana e Ambrosiana è una prassi disciplinare, non teologica. L'incompatibilità esiste tra chi emette voti solenni di castità, povertà e obbedienza, ma questa consacrazione non è un Sacramento.
E non c'e neanche alcuna ragione di creare primazie o subordinazioni tra i Sacramenti dell'Ordine e del Matrimonio.
"Prima viene la famiglia, poi il lavoro, e solo dopo il ministero?". La vita di un ministro non può essere segmentata, parcellizzata e gerarchizzata in questo modo.
Questo modo di pensare, nell'ipotesi in cui si dovesse veramente verificare, obbligherebbe sia il singolo che tutto il collegio Diaconale ad uniformarsi al basso, al minimo dell'impegno, e questo sarebbe francamente avvilente.
La vita diaconale sposata è una vita di diaconia di coppia. Non può non essere così. […]
Noi diaconi uxorati viviamo una realtà sui generis, in senso letterale: di un genere e una specie propria che non è dei diaconi celibi, non è dei diaconi inseriti in un ordine religioso…
I due sacramenti, quindi, non si sommano, ma si fondono in noi in una nuova ed unica ontologia, che è quella del "diacono uxorato". […]
Bisogna quindi "impegnare" il diacono sposato in maniera consona alla sua vocazione e al suo stato di marito, padre e lavoratore.
Un professionista, un funzionario, un artigiano, un lavoratore coscienzioso e attento ai principi evangelici, di mattina al lavoro con responsabilità ed impegno, non può essere messo il pomeriggio a fare il sacrista o solamente a intonare il Rosario per gli anziani. Per questo basta un laico di buona volontà. Anche l'utilizzo del diacono per coprire esigenze quasi esclusivamente liturgiche non è adatto. Se ci sono la Via Crucis o impegni devozionali di routine in Parrocchia, non si chiama il diacono per lasciare qualche ora libera al parroco, e comunque non lo si ordina per affidargli quasi esclusivamente cose di questo genere.
[…]
Diventa necessario che il Vescovo, nella preparazione dei candidati al diaconato, chiarisca che la vita diaconale di una persona sposata ha bisogno anche di tempi particolari da dedicare al servizio del ministero. Ci sono particolari attività lavorative che non permettono spazi di attività extra, il Vescovo valuterà attentamente se è il caso di ordinare queste persone.
Dopo l'ordinazione, il mandato sia chiaro anche per il carico temporale dell'impegno.
Penso sia necessario che sia il Vescovo sia l'ordinando sappiano a quale impegno si vada incontro e ognuno delle parti faccia le dovute valutazioni.
Si va comodamente in Paradiso anche da laici, non c'e bisogno di rifugiarsi in un Sacramento che prevede un impegno di cuore e di orologio. Il "servizio", che il diacono può dare alla comunità cristiana, impegna tempo ed energie. […]».
(vai all'intero articolo)

venerdì 15 settembre 2017

Perdonare: acquisire il cuore di Dio, fare ciò che Dio fa


24a domenica del Tempo ordinario (A)
Siracide 27,30-28,7 • Salmo 102 • Romani 14,7-9 • Matteo 18,21-35
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Quante volte devo perdonare?... Fino a settanta volte sette
"Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette", cioè sempre. L'unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché vivere il vangelo di Gesù non è spostare un po' più avanti i paletti della morale, del bene e del male, ma è la lieta notizia che l'amore di Dio non ha misura.
Perché devo perdonare? Perché devo rimettere il debito? Perché cancellare l'offesa di mio fratello? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio; perché il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi immetterlo nelle mie relazioni.

…gli doveva diecimila talenti…
Perdonare sempre! Gesù lo dice con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di uno stato: un debito insolvibile. "Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava..." e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma il modello della compassione: sente come suo il dolore del servo, lo fa contare più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell'oro.

Appena uscito trovo uno dei suoi compagni…
Il servo perdonato, "appena uscito", trovò un servo come lui che gli doveva qualche denaro. "Appena uscito": non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. "Appena uscito", ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l'esperienza di come sia grande un cuore di re, presolo per il collo, lo strangolava gridando: Ridammi i miei centesimi, lui perdonato di miliardi! In fondo, era suo diritto, è giusto e spietato.

L'insegnamento della parabola è chiaro: rivendicare i miei diritti non basta per essere secondo il vangelo. La giustizia non basta per fare l'uomo nuovo. «Occhio per occhio, dente per dente», debito per debito: è la linea della giustizia. Ma mentre l'uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Sull'eterna illusione dell'equilibrio tra dare e avere, fa prevalere il disequilibrio del fare grazia che nasce dalla compassione, dalla pietà.

Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?
Non dovevi essere anche tu come me? Questo è il motivo del perdonare: fare ciò che Dio fa. Acquisire il cuore di Dio, per immettere la sovrabbondanza dell'amore di Dio dentro i rapporti ordinati del dare e dell'avere. Perdonare significa - secondo l'etimologia del verbo greco aphíemi - lasciare andare, lasciare libero, troncare i tentacoli e le corde che ci annodano malignamente in una reciprocità di debiti. Assolvere significa sciogliere e dare libertà. La nostra logica ci imprigiona in un labirinto di legami.
Occorre qualcosa di illogico: il perdono, fino a settanta volte sette, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica, fino ad agire come agisce Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il padrone ebbe compassione di quel servo (Mt 18,27)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Quante volte dovrò perdonargli? (Mt 18,21) - (11/09/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 8.2017)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 8 settembre 2017

Cristo tra noi, generatore di vita e di fraternità:
 anima di ciò che esiste


23a domenica del Tempo ordinario (A)
Ezechiele 33,1.7-9 • Salmo 94 • Romani 13,8-10 • Matteo 18,15-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, tu va'…
Queste parole tracciano le regole di base per la convivenza fraterna. La prima: se qualcuno ti ferisce, tu non chiudere la comunicazione, non lasciare che l'offesa occupi tutta la scena, non metterti in atteggiamento di vittima o di sudditanza di fronte al male - questo lo renderebbe più forte -, ma fa tu il primo passo, riapri tu il dialogo. È il primo modo per de-creare il male, per esserne liberati.
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La pretesa della verità? No, solo la parola fratello. Ciò che ci abilita al dialogo è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere. Il dialogo politico è quello in cui si misurano le forze, ma il dialogo evangelico è quello in cui si misurano le sincerità.
Non nell'isolamento del privato, non nell'illusione dei grandi numeri: tutto inizia dalla più piccola comunità: io-tu. Lontano dalle istituzioni, nel cuore della vita, tutto inizia da io-tu.

Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello
Una espressione inusuale e commovente: "guadagnare" un uomo, "acquistare" un fratello, arricchirsi di persone. Il vero guadagno della mia vita corrisponde alle relazioni buone che ho costruito. Ogni persona vale quanto valgono i suoi amori e le sue amicizie. Come una comunità si misura dalla qualità dei rapporti umani che si sono instaurati. Il fratello è un guadagno, un tesoro per me, per te, per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.
Dio è un Dio di comunione che ci sospinge gli uni verso gli altri. Senza l'altro, l'uomo non è uomo: il Vangelo ci chiama a pensare sempre in termini di "noi".

Tutto quello che legherete sulla terra...
Il potere di sciogliere e legare non ha nulla di giuridico, non è conferito alla gerarchia, ma è per tutti i credenti: è il potere di creare comunione o separazione. Consiste nel mandato fondamentale di tessere nel mondo strutture di riconciliazione: ciò che abbiamo riunito attorno a noi, le persone, gli affetti, le speranze, lo ritroveremo unito nel cielo; e ciò che avremo liberato attorno a noi, di energie, di vita, di audacia e sorrisi, non sarà più dimenticato, è storia santa.

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro
Ciò che scioglieremo avrà libertà per sempre, ciò che legheremo avrà comunione per sempre. Nel Vangelo di oggi un crescendo di comunità. Fino alla affermazione ultima: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Non semplicemente nell'io, non semplicemente nel tu, il Signore sta tra l'io e il tu, nel legame. In principio ad ogni vita, il legame, come nella stessa Trinità!
La costruzione del mondo nuovo inizia dai mattoni elementari io-tu, dalle relazioni quotidiane. Ma c'è un terzo tra i due, un terzo tra me e te, il cui nome è Amore: collante delle vite, unità dei mondi.
È tra noi, ad una condizione: che siamo riuniti nel suo nome. Non per interesse, non per superficialità, non per caso, ma nel suo nome: amando ciò che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, sognando il suo sogno di un mondo fatto di fratelli, dove il giusto e il peccatore, il violento e l'inerme si tengono per mano, partecipi della follia divina di prenderci cura di chi ci ha fatto del male…
E Cristo tra noi genera la vita: è anima e vita di tutto ciò che esiste, presenza trasformante dell'io e del tu che diventano noi.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20) - (07/09/2014)
(vai al testo…)
 Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20) - (04/09/2011)
(vai al testo…)
 Pienezza della legge è la carità (Rm 13,10) - (07/09/2008)
(vai al post "L'unico debito")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  La fraternità, frutto della presenza di Gesù tra i suoi (05/09/2014)

Ed anche il post: Uomini di comunione (04/09/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 7.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 6 settembre 2017

Il Logos è divenuto carne per divinizzarci


All'inizio dell'anno pastorale si è tutti protesi a programmare un itinerario pastorale efficiente, a stendere programmi dettagliati, a prepararci spiritualmente.
Mi sono chiesto più volte se la nostra pastorale, spesso conservativa, ci faccia sperimentare quella novità alla quale lo Spirito continuamente ci sospinge. Mi preparerò anch'io per la parte affidatami. Ma la prima e forse l'unica sostanziale preoccupazione è il contatto semplice continuo con le persone che mi sono affidate nel mio servizio diaconale, persone con le loro reali aspettative e difficoltà, con le quotidiane sofferenze che ognuno porta in sé.
Ho letto, nel numero 202 della rivisita Il Diaconato in Italia, l'articolo di Giuseppe Bellia («A quanti l'hanno accolto», excursus sul Prologo del vangelo di Giovanni) che mi ha aiutato in questo approccio di inizio anno pastorale. Ne riposto la parte conclusiva (le parti evidenziate sono mie).

«[…] Charles De Foucauld ci ha insegnato che, anche in pieno deserto, si può gridare il Vangelo con la vita; e tuttavia "come sono belli i piedi di coloro che annunziano il vangelo di Cristo" (Rm 10,15). Si evangelizza testimoniando, gridando il Vangelo con la vita, quando non ci è permesso di annunciare la parola della salvezza… […]
Come evangelizzare però, senza aver già sperimentato la salvezza di Cristo? Se i testimoni non si mostrano redenti, salvati, pacificati e portatori di pace, gioiosi come può il vangelo diventare lo strumento salvifico di una storia sacra per tutti?
La ragione per cui molte indicazioni pastorali, anche se vivaci e creative, non toccano la vita reale delle chiese e le profondità del cuore dell'uomo risiede nel fatto che non sembrano scaturire da un processo di conversione; sono come devono essere e come ci si aspetta: senza stupore. Oltretutto si dà per scontato in un'epoca tumultuosa come la nostra, non più post-cristiana, ma ormai post-umana come molti la definiscono, una visione dell'uomo che non ha effettiva consistenza antropologica. Viviamo in una società satolla ed intorpidita, dominata da un capitale che si è mimetizzato, diventando biologico e adesso perfino inorganico, che opera in un anonimato che non lascia spazi a interrogazioni morali, rispondendo solo a criteri di successo, di efficienza, di potere.
Nell'indifferenza generale è saltato il principio di solidarietà, in fabbrica come in politica. Il fragile mondo dell'emigrazione, con la sua strutturale insicurezza segnala a tutti noi che in forza della fede come figli di Abramo siamo chiamati a riconoscere il nostro stato di viandanti: siamo tutti ospiti e forestieri sulla terra, perché chiunque crede fa di sé un nomade e un pellegrino.
Il prologo giovanneo ci ha mostrato il Logos venuto nel mondo per realizzare una piena relazione tra cielo e terra, e, divenuto carne, è entrato nella storia degli uomini perché il mondo avesse l'opportunità di entrare nella vita divina: incarnazione della Parola e divinizzazione dell'uomo sono dunque realtà inseparabili che ci interpellano chiedendoci la conversione del cuore, il cambiamento dei costumi, e finalmente un intelligenza adeguata, per dire Cristo dovunque e a tutti.
Tra rifiuto e accettazione la Parola continua ad offrire anche agli uomini del nostro tempo, a quanti hanno accettato di credere al mistero dell'incarnazione, la grazia di diventare figli conferendo così alla storia umana una precisa intenzionalità sacra, per la sua origine e per la sua destinazione. Nella debolezza dello straniero ogni cristiano intravede l'immagine del suo Signore crocifisso e, attraverso l'accoglienza e il dono dell'evangelizzazione, può indurre ogni emarginato a partecipare all'incarnarsi della Parola nel mondo perché la storia possa continuare a rivelarsi ancora come storia sacra».

lunedì 4 settembre 2017

Testimoniare la Vita!


Lina Balestrieri è una delle due donne vittime del terremoto che ha colpito l'isola di Ischia il 21 agosto 2017. Da molti anni, assieme al marito Antonio Cutaneo e ai loro sei figli (due adottati, disabili), Lina faceva parte del Cammino Neocatecumenale dove svolgeva il servizio di catechista.
Lina (59 anni) è morta mentre, assieme ad Antonio e ad altri fratelli (in piena estate, tempo che per molti significa "rilassamento" anche dalle cose di Dio e della comunità) andava a preparare una "Celebrazione della Parola" per i fratelli della sua parrocchia.
Alla fine della celebrazione delle esequie, il marito Antonio ha letto una commovente testimonianza sulla vita di Lina.


«[…] Non è stato facile vivere accanto ad una santa senza essere santo, soprattutto in una santità perfezionata dal martirio. La rivoluzione totale avvenne il giorno in cui accogliemmo le reliquie dei Santi coniugi Martin, la conoscenza della loro storia illuminò i nostri volti facendo maggiore chiarezza sul nostro cammino. Il chicco di grano ha prodotto il cento.
Il 21 agosto il nostro treno si fermò in un punto preciso della storia dove Cristo, via, verità e vita, ci chiamava a stare. Finito di recitare il Santo Rosario con la Parola di Dio in pugno eravamo pronti per preparare una nuova Celebrazione della Parola all'improvviso la terra tremò, una parete della chiesa crollò e sperimentai le parole del Vangelo "Uno sarà preso, un altro sarà lasciato", e in pochi istanti mi trovai a vivere la scena del calvario tenendo tra le mani il corpo di Lina martoriato e il volto pieno di sangue, ho visto il volto sofferente di Cristo, mi sono sentito come Giovanni ai piedi della croce insieme alla Madonna, ho sentito con l'orecchio del cuore le parole di Cristo rivolte ai miei figli: ecco tua madre, ma Cristo ha vinto la morte!
Il treno della nostra vita riparte carico di doni e destinazioni con un passeggero in meno ma con una guida sicura dal cielo; l'ultimo vagone di questo treno lo avevamo lasciato ancora vuoto per riempirlo di nuovi progetti di Dio, tra cui realizzare una casa famiglia per accogliere bambini disabili, ma improvvisamente quel giorno si è riempito abusivamente di sciacalli e di cretini.
Che cosa è la verità? Preferirei lo stesso silenzio di Gesù, ma davanti a tutte le falsità e alle superficialità di tanta stampa e televisione e gli inutili tentativi di ricostruire le dinamiche dei fatti davanti all'ateismo, al paganesimo, alle nuove false ideologie, davanti a tutti quelli che dicono "dov'è il tuo Dio?", a quanti bussano e chiedono ancora che cos'è la verità, la risposta è una soltanto: "Lina ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta". Questa è la verità! Piuttosto, un'altra è la domanda "Oh morte dov'è la tua vittoria?" e dov'è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno"?
Cristo è veramente risorto, alleluja!».

domenica 3 settembre 2017

Il Diaconato in Italia
 Luoghi e forme della diaconia agli ultimi



Il diaconato in Italia n° 203
(marzo/aprile 2017)

Luoghi e forme della diaconia agli ultimi





ARTICOLI
Luoghi e forme della diaconia agli ultimi (Giuseppe Bellia)
La diaconia di Gesù verso i sofferenti (Giovanni Chifari)
Il sabato del diacono (Giorgio Agagliati)
Papa Francesco a Milano (Enzo Petrolino)
Diaconato e teologia (II parte) (José Gabriel Mesa Angulo)

INTERVISTE
Le domande ai diaconi (Roberto Massimo)
Per camminare con le tue gambe (Paolo Bendinelli)
E riceveranno cento volte tanto (Franco Brogi)
Scendendo in miniera (Stefano Innocenti)
Coinvolti dalla gioia (Andrea Masini)
Vivere alla presenza del Signore (Guido Miccinesi)
Frammenti di speranza (Franca e Vincenzo Testa)

TESTIMONIANZE
Incontrare l'Uomo (Luigi Vidoni)
Dalla diocesi di Napoli (Giuseppe Daniele e Gaetano Marino)
Una lectio divina per una nuova solidarietà (Enzo Petrolino)
Incontrando i più piccoli (Francesco Giglio)
Come gioielli in uno scrigno (Raffaella Gay)
Gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo (Andrea Spinelli)


(Vai ai testi…)

sabato 2 settembre 2017

Perdere per trovare: noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato


22a domenica del Tempo ordinario (A)
Geremia 20,7-9 • Salmo 62 • Romani 12,1-2 • Matteo 16,21-27
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva soffrire molto e venire ucciso
Per la prima volta si profila la follia della croce. Dio sceglie di non assomigliare ai potenti, ma ai torturati e uccisi del mondo. Questo è lo scandalo del cristianesimo, un Dio che entra nel dolore e nella morte perché nel dolore e nella morte entra ogni suo figlio. Potere vero per lui è amare, è la supremazia della tenerezza e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa: il terzo giorno risorgerò.

Pietro si mise a rimproverarlo…
È la sorpresa di Pietro: Dio non voglia, questo non ti accadrà mai! Tu vuoi salvare questo mondo che ha problemi immensi, lasciandoti uccidere? Sei un illuso, il mondo non sarà salvo per un crocifisso in più. Usa altri mezzi: il potere, il miracolo, l'autorità. Ed è proprio questo che Gesù rifiuta. Sceglie invece i mezzi più poveri: l'amore disarmato, il cuore limpido, il non fare violenza mai, il perdono fino alla fine.
Ma per Pietro è una cosa così inedita e sconvolgente da rifiutarla categoricamente: nella logica umana scegliere di stare dalla parte delle vittime, dei deboli, significa esautorarsi di ogni potere.
Gesù allora lo invita a entrare in questa rivoluzione, ad aprirsi al nuovo che irrompe per la prima volta nella storia: «Pietro, torna a metterti dietro di me, riprendi ad essere discepolo».

Se qualcuno vuol venire dietro a me…
Non è solo Pietro a seguire questa logica, ma tutti i discepoli. E allora Gesù allarga a tutti lo stesso invito: «Se qualcuno vuole venire dietro a me...» e detta le condizioni. Condizioni da vertigine.
La prima: Rinneghi se stesso. Parole pericolose se capite male. Rinnegare se stessi non vuol dire mortificarsi, buttare via i talenti. Gesù non vuole dei frustrati al suo seguito, ma gente dalla vita realizzata. Rinnega te stesso vuol dire: non sei tu il centro dell'universo; impara a sconfinare oltre te. Non una mortificazione, ma una liberazione.
Seconda condizione: Prenda la sua croce e mi segua. Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del vangelo, che abbiamo interpretato come esortazione alla rassegnazione: soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice «sopporta», dice «prendi». Non è Dio che manda la croce. È il discepolo che la prende, attivamente. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d'amore, amore fino a morirne.
Sostituiamo croce con amore, ed ecco: Se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé il giogo dell'amore, tutto l'amore di cui è capace e mi segua.

Perché chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà
Ecco la parola centrale del brano: Chi perderà la propria vita così nella follia dell'amore di Dio, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l'accento sul perdere la vita. Ma a ben guardare l'accento non è posto sul perdere, ma sul trovare.
Seguire Gesù è vivere un'esistenza che assomigli alla sua, è trovare la vita, realizzare pienamente la propria esistenza. Perché l'esito finale è «trovare vita». Quella cosa che tutti gli uomini cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di vivere è realizzare pienamente se stessi.
Gesù ne possiede la chiave. Perdere per trovare. È la legge dell'amore: se tu dai ti arricchisci, se trattieni per te ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Se qualcuno vuol venire dietro a me… (Mt 16,24)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso (Mt 16,24) - (31/08/2014)
(vai al testo…)
 Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente (Ger 20,29) - (28/08/2011)
(vai al testo…)
 Il Figlio dell'uomo (…) renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Mt 16,27) - (31/08/2008)
(vai al post "Essere dono")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Andare dietro a Gesù (29/08/2014)

Ed anche il post: La passione del profeta (28/08/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 7.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 1 settembre 2017

Un invito sconvolgente


Parola di vita – Settembre 2017

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24)

Gesù è nel mezzo della sua vita pubblica, nel pieno del suo annuncio che il Regno di Dio è vicino, e si prepara ad andare a Gerusalemme. I suoi discepoli, che hanno intuito la grandezza della sua missione ed hanno riconosciuto in lui l'Inviato di Dio atteso da tutto il popolo di Israele, si aspettano finalmente la liberazione dalla potenza romana e l'alba di un mondo migliore, portatore di pace e prosperità.
Ma Gesù non vuole alimentare queste illusioni; dice chiaramente che il suo viaggio verso Gerusalemme non lo porterà al trionfo, ma piuttosto al rifiuto, alla sofferenza ed alla morte; rivela anche che il terzo giorno risorgerà. Parole difficili da comprendere ed accettare, tanto che Pietro reagisce e mostra di rifiutare un progetto tanto assurdo; cerca anzi di dissuadere Gesù.
Dopo un secco rimprovero a Pietro, Gesù si rivolge a tutti i discepoli con un invito sconvolgente:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Ma cosa chiede Gesù ai suoi discepoli di ieri e di oggi, con queste parole? Vuole che disprezziamo noi stessi? Che ci votiamo tutti ad una vita ascetica? Ci chiede di cercare la sofferenza per essere più graditi a Dio?
Questa Parola ci esorta piuttosto ad incamminarci sui passi di Gesù, accogliendo i valori e le esigenze del Vangelo per assomigliare a Lui sempre di più. E questo significa vivere con pienezza la vita tutta intera, come ha fatto Lui, anche quando sul cammino appare l'ombra della croce.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Non possiamo negarlo: ognuno ha la sua croce: il dolore, nelle sue varie forme, fa parte della vita umana, ma ci appare incomprensibile, contrario al nostro desiderio di felicità. Eppure è proprio lì che Gesù ci insegna a scoprire una luce inaspettata. Come avviene quando, entrando talvolta in alcune chiese, scopriamo quanto meravigliose e luminose siano le loro vetrate, che dall'esterno apparivano buie e senza bellezza.
Se vogliamo seguirlo, Gesù ci chiede di fare un completo capovolgimento di valori, spostando noi stessi dal centro del mondo e rifiutando la logica della ricerca dell'interesse personale. Ci propone di fare più attenzione alle esigenze degli altri, che alle nostre; di spendere le nostre energie per far felici gli altri, come lui, che non ha perso un'occasione per confortare e dare speranza a quelli che ha incontrato. E con questo cammino di liberazione dall'egoismo può iniziare per noi una crescita in umanità, una conquista della libertà che realizza pienamente la nostra personalità.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Gesù ci invita ad essere testimoni del vangelo, anche quando questa fedeltà è messa alla prova dalle piccole o grandi incomprensioni dell'ambiente sociale in cui viviamo. Gesù è con noi, e ci vuole con Lui in questo giocarci la vita per l'ideale più ardito: la fraternità universale, la civiltà dell'amore.
Questa radicalità nell'amore è un'esigenza profonda del cuore umano, come testimoniano anche personalità di tradizioni religiose non cristiane, che hanno seguito la voce della coscienza fino in fondo. Scrive Gandhi: "Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti" [1].
Chiara Lubich ha trovato nel mistero di Gesù crocifisso e abbandonato la medicina per sanare ogni ferita personale ed ogni disunità tra persone, gruppi e popoli, ed ha condiviso con tanti questa scoperta. Nel 2007, in occasione di una manifestazione di Movimenti e Comunità di varie Chiese a Stoccarda, ha scritto:
"Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po' simili ai suoi. ( …) Quando sentiamo (….) questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46), si è riabbandonato al Padre.
Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: "Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto". E, se nel momento seguente ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia (…). I piccoli gruppi in cui viviamo (…) possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il Suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri. (…) La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato"
 [2].

Letizia Magri

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[1] M.K. Gandhi, Antiche come le montagne, Ed. di Comunità, Milano 1965, pp. 95-96.
[2] C. Lubich, Per una cultura di comunione - Incontro Internazionale "Insieme per l'Europa" - Stoccarda, 12 maggio 2007 - sito web http://www.together4europe.org/

Fonte: Città Nuova n. 8/Agosto 2017


venerdì 25 agosto 2017

La domanda che conta: Chi sono io per te?


21a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 22,19-23 • Salmo 137 • Romani 11,33-36 • Matteo 16,13-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù domandò: La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?
Gesù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi amici. Le domande di Gesù nel Vangelo hanno davvero una funzione importantissima, non sono interrogazioni di catechismo, ma scintille che accendono qualcosa, mettono in moto trasformazioni e crescite. Nella vita, più che le risposte, contano le domande, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece, ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare.

Ma voi, chi dite che io sia?
La domanda è preceduta da un «ma»: Ma voi... come se i Dodici, e con loro i cristiani tutti, fossero diversi, non appiattiti sul pensiero dominante, gente che non parla mai per sentito dire. Non c'è una risposta già scritta da qualche parte, con un contenuto da apprendere e da ripetere. Le domande di Gesù assomigliano semmai di più alle domande che si fanno gli innamorati: chi sono io per te? E l'altro risponde: Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore, la mia vita. Voi, miei amici, che io ho scelto uno per uno, chi sono per voi? Ciò che Gesù vuole sapere dai discepoli di sempre è se sono innamorati, se gli hanno aperto il cuore. Cristo è vivo solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere culla o tomba di Dio.

Gesù non mi chiede: cosa hai imparato da me? Qual è il riassunto del mio insegnamento? Ma: Io chi sono per te? Cosa porto io a te, cosa immetto nella tua vita? E non c'è risposta nelle parole d'altri! Non servono libri o catechismi, studi o letture. Chi sei per me Gesù? Per me tu sei vita!
E il nome della vita è gioia libertà e pienezza. Forza, coraggio e capacità di risorgere dalle cadute. Vita che non finisce mai, eternità!
Più Dio in me, più io sono. E mi accorgo che Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che di Lui brucia in me, perché la verità non è una formula, ma ciò che arde dentro, scalda il cuore e muove la vita.

Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente
Tu sei…
Il Cristo... non un nome proprio, ma un attributo che indica l'origine e il compito di Gesù e rimanda subito oltre lui: sei la mano di Dio nella storia.
Il Figlio di Dio... tu sei entrato in Dio pienamente e Dio è entrato in te totalmente. E ora tu fai le cose che solo Dio fa'. La tua mano è la Sua che accarezza il mondo.
Del Dio vivente... Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire. Il Vivente è grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga inesauribile e illimitata.

Beato sei tu Simone… Tu sei Pietro… Su questa pietra edificherò…
Tu sei roccia e su questa roccia fonderò la mia chiesa... A te darò le chiavi del regno…
Pietro è roccia per la Chiesa e per l'umanità nella misura in cui trasmette che Dio è amore, che la sua casa è ogni uomo.
Pietro è chiave nella misura in cui apre porte e strade che ci portino gli uni verso gli altri e insieme verso Dio.

A te darò le chiavi… Ciò che legherai sulla terra…
Non solo Pietro… Ma chiunque professi la sua fede ottiene questo potere. Il potere di perdonare i peccati non è il potere giuridico dell'assoluzione (non è nello stile di Gesù sostituire vecchi codici con nuovi regolamenti). È invece il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide e impure e alterate dell'uomo. Compiendo il cammino dalla nostra povertà originaria verso una divina pienezza, per essere immagine e somiglianza di Dio, "figli di Dio".
Interiorizzare Dio e fare le cose di Dio: questa è la salvezza.

Gesù dice a ogni discepolo: terra e cielo si abbracciano in te, nessuna tua azione resta senza eco nel cielo. Il mio istante si apre sull'eterno e l'eterno penetra nel mio istante.
Tutti possiamo essere roccia che trasmette solidità, forza e coraggio a chi ha paura.
Tutti siamo chiave che apre le porte belle di Dio, che può socchiudere le porte della vita in pienezza.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ma voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Ma voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15) - (24/08/2014)
(vai al testo…)
 Ma voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15) - (21/08/2011)
(vai al testo…)
 Ma voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15) - (22/08/2008)
(vai al post "Risposta di fede")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Il compito affidato a Pietro (22/08/2014)

Ed anche il post: La gente chi dice che io sia? (21/08/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 7.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 18 agosto 2017

La grande fede della donna cananèa che "cambia" Gesù


20a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 56,1.6-7 • Salmo 66 • Romani 11,13-15.29-32 • Matteo 15,21-28
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone… E una donna cananèa veniva da quella regione...
Gesù era uomo di incontri e in ogni incontro accendeva il cuore dell'altro e lui stesso ne usciva trasformato, come in questo incontro. Una donna di un altro paese e di un'altra religione, in un certo senso, "converte" Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, o di Gaza: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l'amore delle madri.

Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio
Ma Gesù non le rivolse neppure una parola… Non sono stato mandato che alle pecore sperdute di Israele… La posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, per la mia gente.

Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini…
Nella mentalità comune dei giudei i pagani erano considerati cani. E poi la risposta geniale della madre cananèa: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Che è come dire: Tu non sei venuto solo per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, anche quelli che pregano un altro Dio.

Donna, grande è la tua fede!
Questa donna non frequenta la sinagoga, invoca altri dèi, ma per Gesù è donna di grande fede. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono per la carne della loro carne: esse conoscono Dio dal di dentro, lo sentono pulsare all'unisono con il loro cuore di madre. La grande fede della donna sta in una convinzione profonda, che la incalza: Dio è più attento alla vita e al dolore dei suoi figli che non alla fede che professano. Perché il diritto supremo davanti a Dio è dato dalla sofferenza e dal bisogno, non dalla razza o dalla religione. E questo diritto appartiene a tutti i figli di Dio, che sono tutti uguali, giudei e fenici, credenti e pagani, sotto il cielo di Tiro o sotto quello di Nazaret.

Avvenga per te come desideri!
Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate... La tua fede è come un grembo che partorisce il miracolo: avvenga come tu desideri. Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da far nostro: la terra come un'unica grande casa, una tavola ricca di pane, e intorno tanti figli. Una casa dove nessuno è disprezzato, nessuno ha più fame; dove non ci sono noi e gli altri, uomini e no, ma solo figli e fame da saziare. Dove ognuno, come Gesù, impara da ognuno. Sogno che abita Dio e ogni cuore buono.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Pietà di me, Signore, figlio di Davide (Mt 15,22)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Donna, grande è la tua fede! (Mt 15,28) - (17/08/2014)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  L'appartenenza a Cristo si fonda unicamente sulla fede (16/08/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 7.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

lunedì 14 agosto 2017

La vittoria definitiva sul "drago" delle nostre paure di morte


Assunzione della B.V. Maria
Apocalisse 11,19;12,1-6.10 • Sal 44 • 1Corinzi 15,20-26 • Luca 1,39-56
(Visualizza i brani delle Letture)
(Vedi anche i brani delle Letture della Messa vespertina nella vigilia)

Appunti per l'omelia

Un segno grandioso apparve nel cielo… Una donna gridava per le doglie del parto…
Gli elementi cosmici che adornano la donna dell'Apocalisse fanno pensare che non si tratti solo di una figura singola, ma anche di un simbolo collettivo. La donna sta per partorire. È generatrice di vita. Richiama quell'esperienza immediata per la quale tutti noi esistiamo. Qualcuno ci ha dato la vita, attraverso un processo, il parto, a volte molto travagliato. Infatti la donna grida. Ma il suo non è solo un dramma personale e fisico.

Apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso…
A quest'arca di vita, segno fecondo della forza di Dio che scorre nel cosmo, si oppone un altro essere a noi ben noto fin dalle prime fantasie di bambini: il drago. Non c'è nulla che contrasti e rinneghi la bellezza della vita nascente e il senso di speranza che un neonato comunica quanto un drago mostruoso per numero di teste e corna. Anche qui la descrizione che ne fa Giovanni è simbolica di una forza maligna non individuabile con un singolo attore storico, ma piuttosto con il satanico in sé. Il senso del male è rinnegare la vita. Non per nulla, il drago pronto a divorare il bambino trascina con sé un terzo delle stelle del cielo, corona della donna incinta, minacciando non solo lei ma il creato tutto. Il drago è la sintesi delle nostre paure di morte e distruzione, come la donna è la sintesi delle nostre aspirazioni di vita.

La donna partorì un figlio… che fu rapito verso Dio…
Il bambino, destinato a governare la terra intera, sfugge alla minaccia del drago. Possiamo identificarlo non solo con il Messia nato da Maria, ma anche con il Cristo partorito dalla Chiesa nella storia umana attraverso la Parola, i sacramenti e la santità dei suoi membri. Quel bambino scampa alla morte. Egli è il Risorto. Appartiene a Dio a tal punto da non temere il drago. In lui si fonda la nostra speranza di vita contro il drago mortifero che ci attende.

La donna invece fuggì nel deserto…
La questione, tuttavia, non riguarda solo la sua risurrezione. Ma la nostra. Qui possiamo di nuovo vedere nella donna, cui Dio prepara una dimora nel deserto, anche la Vergine assunta. La salvezza del fanciullo diviene salvezza anche per la madre. In ciò sta la potenza contagiosa della Pasqua. L'autore dell'Apocalisse descrive tale salvezza attraverso il motivo del deserto dove la donna può rifugiarsi. Esso richiama l'esodo, grande paradigma di tutta la Scrittura. Rappresenta il tempo in cui YHWH trasformò un luogo di morte e un tempo di difficile sopravvivenza in una straordinaria esperienza d'amore e di accudimento.
Non siamo davvero lontani dal messaggio dell'odierna solennità. L'assunzione rappresenta per Maria l'ultimo e definitivo scontro con il drago. Se nel corso della vita il mostro sembra prevalere sul nostro corpo almeno fino al momento della risurrezione dai morti, per Maria non vi fu che l'istante del trapasso o, secondo la tradizione orientale, un sonno che sfociò nella vita eterna. Il deserto del nulla si tramutò nell'incontro definitivo e completo con il Dio della vita.

Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo
La morte è anche l'esodo più difficile che attende ogni uomo. È l'uscita definitiva dove ci sentiamo soli e sprovveduti. Ma Dio combatte per noi l'ultima battaglia. L'esito lo vediamo proprio nella donna, custodita dal Padre. L'inno del Magnificat può allora essere inteso come sviluppo del breve versetto: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo». In ogni uomo, umile davanti alla propria finitudine e affamato di vita, il Signore opera grandi cose attraverso un radicale capovolgimento. L'esperienza della fine è il nostro vero inizio.

(passi e spunto da "Ai suoi discepoli spiegava ogni cosa" di Claudio Arletti)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
L'anima mia magnifica il Signore (Lc 1,46)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Beata colei che ha creduto (Lc 1,45) (15/08/2015)
(vai al testo…)
 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente (Lc 1,49) (15/08/2014)
(vai al testo…)
 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente (Lc 1,49) (15/08/2013)
(vai al testo…)
 L'anima mia magnifica il Signore (Lc 1,46) (15/08/2012)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
 In Maria splende il nostro luminoso destino (13/08/2016)
 Come Maria… (13/08/2015)
 La "cose grandi" compiute da Dio (14/08/2014)
 Gioia e gratitudine immensa (14/08/2013)
 La meraviglia del Cielo (14/08/2012)

Vedi anche i post:
 Maria Assunta, sintesi dell'umanità realizzata (15/08/2011)
 Il nostro luminoso destino (15/08/2010)


Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 6.2017)
  di Luigi Vari (VP 7.2016)
  di Luigi Vari (VP 7.2015)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 6.2013)
  di Marinella Perroni (VP 7.2012)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Claudio Arletti (VP 7.2010)
  di Claudio Arletti (VP 7.2009)
  di Enzo Bianchi (Vol. Anno A)
  di Enzo Bianchi (Vol. Anno B)
  di Enzo Bianchi (Vol. Anno C)

domenica 13 agosto 2017

Convegno Diaconi - Cefalù


A completamento di quanto scritto sul Convegno Nazionale dei Diaconi (vedi post del 9 agosto, "Di ritorno dal Convegno di Cefalù"), svoltosi a Cefalù dal 2 al 5 agosto 2017, riporto quanto il Servizio Informazione Religiosa (SIR) ha pubblicato per l'occasione.


01/08/2017
Diaconi: da domani nella diocesi di Cefalù il XXVI convegno nazionale
Prenderà il via domani nella diocesi di Cefalù (Pa) il XXVI convegno nazionale della Comunità del diaconato in Italia sul tema "Diaconi educati all'accoglienza e al servizio dei malati". L'appuntamento, che sarà ospitato fino a sabato 5 agosto presso il centro congressi di Torre Normanna - Altavilla Milicia, è organizzato in collaborazione con l'ufficio nazionale per la Pastorale della salute e la diocesi di Cefalù. A presiedere il convegno sarà il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute della Cei. "Il ministero diaconale in Italia - ha scritto il presidente dei diaconi, Enzo Petrolino, in una lettera inviata a Papa Francesco alla vigilia del convegno - si sta realizzando secondo le linee tracciate negli ultimi anni dalla riflessione teologica e pastorale legata ai bisogni delle comunità ecclesiali, che si concretizza in un percorso orientato a favorire tra i diaconi iniziative pastorali di promozione umana attraverso prestazione di servizi ma anche con sostegni economici per realizzare obiettivi di solidarietà sociale rivolti a persone svantaggiate". "Nelle periferie - ha aggiunto - non solo geografiche, ma soprattutto esistenziali del nostro Paese che, come Lei più volte ci ha indicato, sono particolarmente oggi ambito prioritario di attenzione umana e di premura ecclesiale". Ad aprire i lavori, domani, sarà la relazione di padre Guido Michelini ofm. Nelle giornate successive in programma gli interventi di Petrolino, di mons. Gianrico Ruzza, di don Carmine Arice e di Cettina Militello. Le celebrazioni saranno presiedute dai vescovi Corrado Lorefice e Vincenzo Manzella. Previsto anche l'incontro con mons. Michele Pennisi nella Cattedrale di Monreale. Oltre a proporre la relazione su "Per una diaconia dell'accoglienza", il card. Montenegro presiederà la celebrazione eucaristica conclusiva.

02/05/2017
Diaconi: mons. Aiello (Cei), "quando non si può più curare l'altro, dobbiamo prendercene cura"
"Quando non si può più curare l'altro, dobbiamo prendercene cura". Lo ha detto mons. Arturo Aiello, vescovo di Avellino e delegato per il diaconato della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata della Cei, durante il convegno nazionale dei diaconi, al via da oggi pomeriggio ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Il riferimento è ai malati terminali e a quelli ricoverati negli hospice. "Il curare è una dimensione importante ma viene un momento in cui non è più possibile farlo. Allora dobbiamo aver cura di quella persona", ha spiegato il vescovo, che ha ricordato come "una malattia di un componente della famiglia colpisca tutta la famiglia". "Oggi la nostra società, e forse le nostre chiese, si difendono da certe visioni perché la malattia dell'altro ferisce e ricorda il nostro dolore". Un dolore che, sostiene mons. Aiello, va combattuto in un modo particolare: "Dobbiamo toccare i malati senza guanti. Gesù guarda, ha compassione, parla e ascolta senza tenere nessuna distanza". E, infine, la distinzione tra curare e aver cura. "Ci sono momenti in cui non c`è più una cura specifica o non c'è più nulla da fare. È proprio allora che c'è molto da fare. Mi riferisco alla presenza negli hospice di chi dica ai malati terminali: 'Tu sei importante per me', di chi tenga loro le mani. Questo è il prendersi cura degli altri. Senza ciò il malato diventa una cartella clinica".

Diaconi: mons. Manzella (Cefalù), "la vostra presenza sia monito di speranza per chi attende conforto e consolazione"
"Insieme alle vostre famiglie condividete il dono della vocazione al servizio nei confronti dei piccoli del nostro tempo. La vostra presenza sia monito di speranza per coloro che attendono conforto e consolazione". Lo ha detto mons. Vincenzo Manzella, vescovo di Cefalù, diocesi che ospita il convegno nazionale dei diaconi, al via da oggi pomeriggio ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, rivolgendosi proprio ai diaconi presenti e alle loro famiglie. "La nostra regione ecclesiastica in questi ultimi anni è stata impegnata nell'accoglienza di coloro che bussano alle porte delle nostre coste. Sono tante le forme di povertà che l'avvinghiano. Voi qui siete segno di speranza, voi che tendete la mano allo sfiduciato e rialzate chi non può più risollevarsi da terra", ha aggiunto il vescovo che ha sottolineato l'importanza della missione dei diaconi: "Continuare a lavare i piedi degli ammalati, segno prezioso del passaggio di Cristo in mezzo agli uomini". Infine, mons. Manzella ha citato Papa Francesco ricordando quello che deve essere l'impegno principale dei cristiani: "Siamo chiamati a imitare Dio servendo gli altri: aiutandoli con amore paziente".

Diaconi: padre Michelini, "prendersi cura, avvicinare, reintegrare. Tutto ciò spetta all'uomo"
"Dobbiamo chinarci sui malati, accoglierli, ispirarci a Gesù che si è caricato delle malattie di coloro che andavano a trovarlo". Lo ha detto padre Giulio Michelini, docente di teologia biblica e responsabile della formazione dei candidati al diaconato della diocesi di Perugia, parlando ai diaconi riuniti al convegno nazionale, al via da oggi pomeriggio ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. "La guarigione è opera di Dio e i gesti di Gesù nella guarigione dei malati è preludio dei sacramenti - ha spiegato -. Non è possibile per nessuno dare la vita per il riscatto dei molti. Solo Gesù ha svolto questa speciale diaconia. Noi possiamo mettere a disposizione la nostra fatica e il nostro tempo e fare memoria del suo sacrificio. Sebbene avere cura degli altri comporti un depotenziamento delle nostre energie". Padre Michelini ha messo a fuoco anche i compiti dei diaconi attraverso i verbi che nel Vangelo descrivono l'azione di Gesù: "Prendersi cura, avvicinare, reintegrare. Tutto ciò che spetta all'uomo".

Diaconi: don Arice (Cei), "ci aiutano a rendere concreto il servizio della Parola, dell'evangelizzazione e della carità"
"I diaconi possono aiutarci con la loro capillare presenza sul territorio a guardare il volto di Cristo sofferente e a rendere concreto il servizio della Parola, dell'evangelizzazione e della carità". Lo ha detto don Carmine Arice, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, durante il convegno nazionale dei diaconi, iniziato oggi pomeriggio ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Il direttore dell'Ufficio Cei ha considerato "un dono" l'impegno di "chi con questo ministero aiuta a ricordare la dimensione di Cristo servo di tutta la Chiesa". Un ministero che per la sua natura di servizio ha un particolare nesso proprio con la pastorale della salute, un ministero che don Arice considera come "un mantello che abbraccia senza costringere, scalda e aiuta a sopportare il freddo, accompagnando le persone anche in momenti di sofferenza della vita". "Dal carisma diaconale – ha concluso - scaturisce una luce ulteriore al servizio della pastorale della salute".

03/08/2017
Diaconi: Petrolino (presidente Comunità), "nostro servizio prezioso per ammalati e migranti"
"Il servizio dei diaconi oggi è prezioso in particolare per gli ammalati e per i migranti". Lo ha detto Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia, questa mattina durante il convegno nazionale dei diaconi, in corso ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Nel suo intervento ha ricostruito come i vescovi nei secoli hanno affidato proprio ai diaconi la cura dei più fragili. "Oggi oltre a questo servizio, il nostro impegno deve essere rivolto all'accoglienza di chi arriva nel nostro Paese", ha aggiunto. Petrolino ha anche parlato dell'importanza dei momenti di raduno. "I convegni che realizziamo ogni due anni sono un'occasione importante di incontro per verificare l'esperienza che portiamo avanti nelle nostre Chiese locali. È un confronto, da una parte, e, da un'altra, un momento di crescita che ci consente di capire meglio il nostro ruolo nelle comunità". Numerose anche le mogli dei diaconi che partecipano al convegno. "La loro presenza è per noi un supporto importante e un aiuto nel nostro ministero".

Diaconi: card. Stella, "crescere nello spirito evangelico dell'accoglienza, della prossimità e del servizio compassionevole"
"Questa iniziativa vi offre l'occasione di ascoltare illustri relatori e, ancor di più, di riflettere sulla specificità del ministero diaconale, caratterizzato da quella carità evangelica che si esprime proprio nel servizio ai più deboli". Lo ha scritto il card. Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero, nel messaggio che ha inviato ai diaconi riuniti fino a sabato ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, per il loro convegno nazionale. Il cardinale ha richiamato le parole del Papa rivolte proprio ai diaconi durante la celebrazione del loro Giubileo: "Papa Francesco ha inteso specificare che il discepolo del Signore deve ambire a diventare servitore". "Questa 'santa ambizione' – così la definisce Stella –, che ci libera dalla tentazione di impossessarci del ministero a cui siamo chiamati nella Chiesa e di farne uno strumento di potere, ci aiuta a crescere nello spirito evangelico dell'accoglienza, della prossimità e del servizio compassionevole, soprattutto verso i fratelli che vivono situazioni di sofferenza e di malattia".

Diaconi: Hanquez, "la moglie può aiutare il marito nel suo servizio e portare alla Chiesa il suo contributo"
"L'ordinazione diaconale non deve creare rottura nel matrimonio. Marito e moglie continuano a trovare nutrimento l'uno nell'altro senza smettere di crescere insieme". Lo ha detto Marie Francoise-Maincent Hanquez, membro del Comitato nazionale del diaconato come rappresentante delle mogli dei diaconi, durante il convegno nazionale in corso ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. "Negli anni ho scoperto che questo ministero è del marito ma anche della moglie – ha aggiunto -. Nel senso che la moglie non deve essere trasparente, anzi può aiutare il marito nel suo servizio e può portare alla Chiesa il suo contributo". Hanquez, moglie di un diacono e mamma di quattro ragazzi, conosce bene le difficoltà che si trova ad affrontare una sposa: "La difficoltà è che, nel diaconato, il posto delle spose è nello stesso tempo dentro e fuori dal diaconato. Le spose insistono sullo scarto che esiste tra la loro scelta libera del matrimonio e l'accoglienza o la non accoglienza del diaconato. Dicono spesso che 'mentre il matrimonio l'ho scelto io, il diaconato lo accetto'. Ma il punto dove tutto si complica è che l'impegno del diacono è così importante che è indispensabile che la coppia s'impegni lucidamente e liberamente".

Diaconi: mons. Ruzza (Roma), "sono i protagonisti del sogno di Papa Francesco" stando "nella frontiera della società" per "portare misericordia"
"Il diacono deve stare nella frontiera della società. Ha il compito di inserirsi con positività e con gioia, a nome di tutta la comunità, nelle periferie esistenziali e materiali dell'uomo del nostro tempo". Lo ha detto mons. Gianrico Ruzza, vescovo ausiliare della diocesi di Roma e delegato per il diaconato, durante il convegno nazionale dei diaconi in corso ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Periferie che, spiega il vescovo, non sono solo "quartieri ghetto o dormitori, ma anche il disagio giovanile, la ludopatia, la disoccupazione, il conflitto sociale, le migrazioni e l'emarginazione. Chiunque è chiamato a svolgere il ministero della consolazione deve manifestare la dimensione della compassione evangelica". La sfida indicata è quindi "condividere la condizione di fragilità per promuovere un cammino che possa portare alla pienezza dell'uomo nuovo in Cristo". Mons. Ruzza ha citato in più occasioni Papa Francesco e ha puntualizzato che "i diaconi sono i protagonisti del sogno di Papa Francesco, quello di una Chiesa che sa trovare vie e metodi nuovi per portare misericordia". Poi, ha invitato i diaconi a spostare l'attenzione dal concetto di sanità a quello di salute, "cioè la salvezza in vista dell'eternità". "La sfida che abbiamo dinanzi – ha aggiunto – è quella di stringere le mani dei nostri fratelli e portarli fuori da un senso di compiutezza negativa". Infine, ha rivolto loro un altro invito: "Dobbiamo uscire dall'autoreferenzialità, perché il vero motore deve essere la preghiera e non una strategia organizzativa. Dobbiamo essere il viandante che cammina insieme ai poveri e ai senza fissa dimora. La nostra identità è stare con gli altri".

Diaconi: mons. Pennisi (Monreale), "essere immagine di Gesù Cristo servo e ricordare l'importanza del servizio che i seguaci del Signore devono donarsi a vicenda"
"Il compito dei diaconi, fortificati dal dono dello Spirito Santo, è di essere immagine di Gesù Cristo servo e di ricordare l'importanza del servizio che i seguaci del Signore devono donarsi a vicenda". Lo ha detto l'arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, responsabile della pastorale della salute della Conferenza episcopale siciliana, durante l'omelia della celebrazione eucaristica che ha presieduto in cattedrale nell'ambito del convegno nazionale dei diaconi. Il presule, dopo avere presentato i mosaici che ornano la basilica, ha indicato l'importanza del ruolo svolto da Maria. "La Madonna, umile serva del Signore, è un'icona in cui ogni cristiano e ogni diacono deve specchiarsi. Proprio per il suo servizio al ministero di redenzione, Maria è elevata al trono regale", ha detto mons. Pennisi, che ha parlato anche delle difficoltà vissute oggi dall'Europa. "Abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c'è: la capacità di vivere nello sguardo, di stare nella visione". Infine, un pensiero al beato Pino Puglisi, che ha celebrato la sua ultima Eucarestia nella cattedrale di Monreale assieme ai ragazzi di cui era guida. "Dobbiamo scoprire qual è il nostro posto nel mondo e aiutare gli altri affinché lo possano trovare".

05/08/2017
Diaconi: card. Montenegro (Agrigento), "il loro posto non è l'altare ma la strada"
"Il posto dei diaconi non è l'altare ma la strada". Lo ha detto il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e presidente di Caritas Italiana, in occasione dell'ultima giornata del convegno nazionale dei diaconi, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Il presule li ha invitati a "scoprire che la via del servizio è quella che vi tocca. La strada che percorrete non vi porta all'altare ma dall'altare vi porta nel mondo". Perché "il diacono è l'uomo che sta sull'uscio, l'uomo che guarda dentro e fuori. Il vostro compito è di aiutare la comunità a vivere la preghiera per farla diventare azione. Se non c'è questo punto di vista qualcosa nel diaconato non funziona. Dovete portare Dio nel mondo con i gesti di carità". Secondo Montenegro, il rapporto tra fede e carità è "stretto". "La carità è segno. Voi dovete essere quel tramite perché la Chiesa possa dire al mondo 'guardate come siamo' e i poveri possano dire 'guardate come ci amano'. Questo è essere servi". Il cardinale ha citato don Orione dicendo che "la carità trascina e muove. È compimento dell'evangelizzazione. Il prodotto finale è un uomo che ama. Il diaconato – ha aggiunto – acquista valore nella misura in cui i diaconi sono uomini di strada. Non c'è diaconia quando ci si avvicina all'altro con atteggiamento assistenzialistico. L'assistenza guarda ai bisogni della persona e dà risposte immediate, l'uomo aiutato attraverso la diaconia invece deve sentire l'incontro col Signore".

Diaconi: card. Montenegro (Agrigento), "accogliere non è solo dare aiuto generoso ma dimostrare amicizia"
"Stiamo costruendo un mondo senza l'altro dove chi è diverso da noi non deve esistere. Così l'immigrato è 'altro', il disabile è 'altro' ". Lo ha detto il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e presidente di Caritas Italiana, in occasione dell'ultima giornata del convegno nazionale dei diaconi, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. "Accogliere significa saper prendere per mano, camminare insieme, far percepire che anche noi come Chiesa accompagniamo i poveri - ha aggiunto -. Quando una persona si sente accolta per quello che è, oltre a non sentirsi diverso da noi, si sente amata da Dio. Ecco perché l'accoglienza è una cosa diversa dall'ospitalità. L'accoglienza può essere data in maniera formale, l'ospitalità col cuore". Il presule ha spiegato anche cos'è la "diaconia dell'accoglienza: "Creare relazioni tra uomini per rendere la vita più umana. Una vita non accolta muore anche se biologicamente sopravvive". Perché "l'accogliere non è solo dare un aiuto generoso ma dimostrare amicizia". Montenegro, infine, ha ricordato la visita del Papa a Lampedusa, dove "Francesco volle poveri, immigrati e bambini, non politici e vescovi. Mai nelle nostre Chiese, però, abbiamo messo un biglietto nei posti in prima fila riservandoli ai poveri".

Diaconi: don Arice (Cei), "con i poveri e con gli ultimi"
"San Francesco d'Assisi mi pare un diacono un po' particolare che può diventare protettore dei diaconi di una Chiesa in uscita che sappia stare con i poveri e con gli ultimi". Lo ha proposto don Carmine Arice, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, a conclusione del convegno nazionale dei diaconi, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Il direttore dell'Ufficio Cei ha indicato sette parole chiave approfondite nel corso dei quattro giorni di incontri e celebrazioni. Tra queste: riconoscenza, presenza, formazione e prendersi cura. Tre le proposte lanciate: "Penso a un membro della famiglia del diaconato nella Consulta nazionale della pastorale della salute - ha detto don Arice -, a un gruppo di lavoro sul tema diaconato e pastorale della salute, che annualmente proponga una giornata di studio, e ad alcune pubblicazioni su questo rapporto". A tracciare le conclusioni, anche il presidente della Comunità del diaconato in Italia, Enzo Petrolino. "Il diaconato deve cambiare il volto delle nostre comunità - ha detto -. Il nostro deve essere un diaconato di frontiera che sappia portare i poveri all'altare". Infine, un invito alla Cei: "Ripensi un percorso formativo ad hoc per i diaconi. Non basta una formazione intellettuale e dottrinale ma serve una formazione spirituale che oggi sta venendo meno". Intanto, è stata definita la sede del prossimo convegno nazionale dei diaconi, che si terrà a Vicenza nel 2019.

venerdì 11 agosto 2017

Verso il Signore sulla bellezza di una fede nuda,
 camminando sulla strada polverosa del buon samaritano


19a domenica del Tempo ordinario (A)
1Re 19,9a.11-13a • Salmo 84 • Romani 9,1-5 • Matteo 14,22-33
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo…
…finché non avesse congedato la folla. Gesù fa fatica a lasciare la gente, non vuole andarsene finché non li ha salutati tutti. Era stato un giorno speciale: un fervore di solidarietà, un moltiplicarsi di mani, di cuori, di cure per portare il pane a tutti; la fame dei poveri saziata era il suo sogno realizzato.

Congedata la folla salì sul monte, in disparte, a pregare
Dopo questo bagno di folla, Gesù desidera l'abbraccio del Padre: a pregare, a condividere con Lui la sua gioia. Portare il tuo regno sulla terra si può! Un colloquio festoso, un abbraccio che dura fino quasi all'alba. Ora sente il desiderio di tornare dai suoi.

Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare...
La barca era agitata dalle onde per il vento contrario. I discepoli si sentono abbandonati nel momento del pericolo, lasciati soli a lottare contro le onde per una lunga notte. Come loro anche noi ci siamo sentiti alle volte abbandonati da un Dio che ci sembra lontano, assente, muto. Eppure un credente non può mai dire: "Io da solo, io con le mie sole forze", perché non siamo mai soli, perché il nostro respiro è intrecciato con quello di Dio, annodata alla nostra forza è la forza di Dio.
Infatti Dio è sul lago: è nelle braccia di chi rema, è negli occhi che cercano l'approdo. E la barca, simbolo della nostra vita fragile, intanto avanza nella notte e nel vento non perché cessa la tempesta, ma per il miracolo umile dei rematori che non si arrendono, e ciascuno sostiene il coraggio dell'altro.
Dio non agisce al posto nostro, non devia le tempeste, ma ci sostiene dentro le burrasche della vita. Non ci evita i problemi, ci dà forza dentro i problemi.

E Pietro: Se sei tu comandami di venire verso di te…
Pietro vede Gesù camminare sul mare e domanda due cose: una giusta e una sbagliata. Chiede di andare verso il Signore. Domanda bellissima, perfetta: che io venga da te. Ma chiede di andarci camminando sulle acque, e questo non serve. Non è sul mare dei miracoli che incontriamo il Signore, ma nei gesti quotidiani; nella polvere delle strade come il buon samaritano e non nel luccichio di acque miracolose.

E Gesù gli disse: Vieni!
Anche noi, come Pietro, siamo chiamati a fissare lo sguardo su Gesù che ci viene incontro quando intorno è buio, quando è tempesta…, e sentire cosa ha da dire a me, solo a me: Vieni! Con me tutto è possibile!

E Pietro andò verso Gesù…
Pietro guarda a lui, ha fede in lui e la sua fede lo rende capace di ciò che sembrava impossibile. Poi la svolta: ma vedendo che il vento era forte, si impaurì e cominciò ad affondare. In pochi passi, dalla fede che è saldezza, alla paura che è palude dove sprofondi. Ma cosa è accaduto? Pietro ha cambiato la direzione del suo sguardo, la sua attenzione non va più a Gesù ma al vento, non fissa più il Volto ma la notte e le onde.
Quante volte anch'io, come Pietro, se guardo al Signore e alla sua forza posso affrontare qualsiasi tempesta; se guardo invece alle difficoltà, o ai miei limiti, mi paralizzo. Tuttavia dalla paura nasce un grido: Signore, salvami!

Uomo di poca fede…
Pietro si rivela uomo di poca fede non quando è travolto dalla paura delle onde, del vento e della notte, ma prima, quando chiede questo segno miracoloso di andare sulle acque per il suo cammino di fede.
Ed il monito rivolto a Pietro è anche per noi: tu andrai verso il Signore, ma non camminando sul luccichio illusorio di acque miracolose, bensì sulla strada polverosa del buon samaritano; andrai verso Gesù, ma prolungando il suo modo di vivere, di accogliere, di inventare strade che conducano al cuore dell'uomo. Pietro, emblema di tutti i credenti, imparerà a camminare verso un mondo nuovo contando non sulla forza di imprevedibili miracoli ma sulla forza prodigiosa di un amore quotidiano che non si arrende, sulla bellezza di una fede nuda.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Coraggio, sono io, non abbiate paura! (Mt 14,27)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Uomo di poca fede, perché hai dubitato? (Mt 14,31) - (10/08/2014)
(vai al testo…)
 Uomo di poca fede, perché hai dubitato? (Mt 14,31) - (07/08/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Nella "tempesta" la presenza rassicurante di Gesù (08/08/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 6.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 6.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 10 agosto 2017

Con San Lorenzo: uscire per servire nella gratuità


La ricorrenza liturgica odierna di san Lorenzo, "diacono della Chiesa di Roma", mi ricorda l'essenzialità del ministero diaconale a cui siamo chiamati: il servizio.
È molto viva l'esperienza del Convegno dei Diaconi, appena concluso: accogliere e servire i malati.
Leggo dal Vangelo di Matteo: «Gesù inviò [i Dodici], ordinando loro: "[…] Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitare i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. […]"» (Mt 10,5a.7-8).
Un compito ed una missione tipicamente diaconali che si possono riassumere (come spiega papa Francesco) con tre parole chiave: Camminare - ServireGratuità.
Alla meditazione mattutina a Santa Marta, l'11 giugno 2015, papa Francesco così si è espresso, commentando queste tre parole chiave:

Camminare: «Innanzitutto Gesù invia a un "cammino". Un cammino che, beninteso, non è una semplice "passeggiata". Quello di Gesù è un invio con un messaggio: annunciare il vangelo, uscire per portare la salvezza, il vangelo della salvezza. E questo è il compito che Gesù dà ai suoi discepoli. Perciò chi rimane fermo e non esce, non dà quello che ha ricevuto nel battesimo agli altri, non è un vero discepolo di Gesù.
C'è poi anche un altro percorso del discepolo di Gesù, ovvero "il percorso interiore", quello del discepolo che cerca il Signore tutti i giorni, nella preghiera, nella meditazione. E non è secondario: anche quel percorso il discepolo deve farlo perché se non cerca sempre Dio, il vangelo che porta agli altri sarà un vangelo debole, annacquato, senza forza. Quindi c'è un "doppio cammino" che Gesù vuole dai suoi discepoli».

Servire: «Ed è strettamente legata alla prima. Occorre infatti "camminare per servire gli altri". Si legge nel vangelo: "Strada facendo predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni". Qui si ritrova il dovere del discepolo: servire. Un discepolo che non serve gli altri non è cristiano».

Gratuità: «Camminare, nel servizio, nella gratuità. Si legge infatti: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". Un particolare fondamentale, tanto da spingere il Signore a chiarirlo bene, nel caso i discepoli non avessero capito. Egli spiega loro: "Non procuratevi oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture, né sacca di viaggio, né due tuniche". Vale a dire che il cammino del servizio è gratuito perché noi abbiamo ricevuto la salvezza gratuitamente. Nessuno di noi ha comprato la salvezza, nessuno di noi l'ha meritata: l'abbiamo per pura grazia del Padre in Gesù Cristo, nel sacrificio di Gesù Cristo.
È triste quando si trovano cristiani che dimenticano questa parola di Gesù: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". Ed è triste quando a dimenticarsi della gratuità sono comunità cristiane, parrocchie, congregazioni religiose o diocesi. Quando ciò accade è perché dietro c'è l'inganno di presumere che la salvezza viene dalle ricchezze, dal potere umano».