venerdì 17 novembre 2017

L'invito di Gesù a non avere paura, mai


33a domenica del Tempo ordinario (A)
Proverbi 31,10-13.19-20.30-31 • Salmo 127 • 1 Tessalonicesi 5,1-6 • Matteo 25,14-30
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni
Dio ci consegna qualcosa e poi esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà. Un volto di Dio che ritroviamo in molte parabole: ha fiducia in noi, ci innalza a con-creatori, lo fa con un dono e una regola, quella di Adamo nell'Eden: "coltiva e custodisci" il giardino dove sei posto. Cioè: ama e moltiplica la vita, in tutti i sensi. Nessun uomo è senza giardino, perché ciò che è stato vero per Adamo è vero da allora per ogni suo figlio.

Ad uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì
I talenti dati ai servi, dal padrone generoso e fiducioso, oltre a rappresentare le doti intellettuali e di cuore, la bellezza interiore, di cui nessuno è privo, di cui la luce del corpo è solo un riflesso, annunciano che ogni creatura messa sulla mia strada è un talento di Dio per me, tesoro messo nel mio campo. Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli, fino a dare il massimo secondo le proprie forze.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro
Arriva il momento del rendiconto, e si accumulano sorprese. La prima: colui che consegna dieci talenti non è più bravo di chi ne consegna solo quattro. Non c'è una tirannia o un capitalismo della quantità, perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Occorre solo sincerità del cuore e fedeltà a se stessi, per dare alla vita il meglio di ciò che possiamo dare. La seconda sorpresa: Dio non è un padrone esigente che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi. La somma rimane ai servitori, anzi è raddoppiata: sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto.
I servi vanno per restituire, e Dio rilancia. Il padrone non ha bisogno di quei dieci o quattro talenti. Dio rilancia! E questo accrescimento, questo incremento di vita, questa spirale d'amore crescente è l'energia segreta di tutto ciò che vive. Noi non viviamo semplicemente per restituire a Dio i suoi doni. Ci sono dati perché diventino a loro volta seme di altri doni, lievito che solleva, addizione di vita per noi e per tutti coloro che ci sono affidati.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento…
Quel servo si giustifica: ho avuto paura. La parabola dei talenti è un invito a non avere paura delle sfide della vita, perché la paura paralizza, ci rende perdenti. Quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per la paura di finire sconfitti!
La pedagogia del Vangelo offre tre grandi regole di maturità: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la paura delle paure, la paura di Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Prendi parte alla gioia del tuo padrone (Mt 25,21)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Consegnò loro i suoi beni (Mt 25,14) - (16/11/2014)
(vai al testo…)
 Consegnò loro i suoi beni (Mt 25,14) - (13/11/2011)
(vai al testo…)
 A chiunque ha verrà dato (...) ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha (Mt 25,29) - (14/11/2008)
(vai al post "Far fruttificare i talenti")

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 10.2014)
  di Marinella Perroni (VP 10.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 10 novembre 2017

Nell'attesa: vivere accesi o vivere spenti


32a domenica del Tempo ordinario (A)
Sapienza 6,12-16 • Salmo 62 • 1 Tessalonicesi 4,13-18 • Matteo 25,1-13
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo
Il regno di Dio è simile a dieci ragazze armate solo di un po' di luce, di quasi niente, del coraggio sufficiente per il primo passo. Il regno di Dio è simile a dieci piccole luci, anche se intorno è notte.

Cinque di esse erano stolte e cinque sagge
Cinque ragazze sono sagge, hanno portato dell'olio, saranno custodi della luce; cinque sono stolte, hanno un vaso vuoto, una vita vuota, presto spenta. Gesù non spiega che cosa sia l'olio delle lampade. Sappiamo però che ha a che fare con la luce e col fuoco: in fondo, è saper bruciare per qualcosa o per Qualcuno. L'alternativa centrale è tra vivere accesi o vivere spenti.

Poiché lo sposo tardava, si addormentarono…
Tutte si addormentano, sagge e stolte, ed è la nostra storia: tutti ci siamo stancati, forse abbiamo mollato. Ma nel momento più nero, qualcosa, una voce una parola una persona, ci ha risvegliato. La nostra vera forza sta nella certezza che la voce di Dio verrà. Basterà avere un cuore che ascolta, ravvivarlo come una lampada e uscire incontro a un abbraccio.

Ecco lo sposo! Andategli incontro!
In queste parole si trova l'immagine più bella dell'esistenza umana. Essa rappresentata un uscire e un andare incontro. È un uscire da spazi chiusi e, in fondo alla notte, lo splendore di un abbraccio: Dio come un abbraccio.
L'esistenza è un uscire incontro: fin da quando usciamo dal grembo della madre e andiamo incontro alla vita, fino al giorno in cui usciamo dalla vita per incontrare la nostra vita, nascosta in Dio.

Dateci un po' del vostro olio perché le nostre lampade si spengono
La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Il senso profondo di queste parole è un richiamo alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, essere buono o onesto al posto mio, desiderare Dio per me. Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me?
Le damigelle che erano pronte entrarono con lo sposo alle nozze e la porta fu chiusa: "Vigilate, perché non conoscete né il giorno né l'ora".
Adesso chi può dire: Non lo sapevo?

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Le vergini pronte entrarono con lui alle nozze (Mt 25,10) - (06/11/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2017)
  di Marinella Perroni (VP 9.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

martedì 7 novembre 2017

Diaconi: curarsi di chi ha cura degli altri





Il diaconato in Italia n° 205
(luglio/agosto 2017)


Diaconi: curarsi di chi ha cura degli altri







ARTICOLI
In difesa del deserto (Giuseppe Bellia)
Per entrare nel riposo (Giovanni Chifari)
Le bende del Messia (Giorgio Agagliati)
Per una diaconia del curare e del prendersi cura (Enzo Petrolino)
Spiritualità e psicologia (Anna Bissi)
La cura dello Spirito (Giuseppe Bellia)
Il giogo pesante (Andrea Spinelli)
Esigenze primarie (Francesco Giglio)
L'esperienza della cura (Gaetano Marino)
Sul finire della notte (Paola Castorina)
Per una sana cura del gregge (Maurizio Gentilini)

TESTIMONIANZE
Accompagnamento, ascolto, rispetto: nasce la relazione (Momcilo Jankovic)
Dalla diocesi di Frascati: Esperienza dell'Ufficio pastorale della salute (Daniele Eulisi)
Tra ministero e professione (Giovanni Battista Sordelli)

DOCUMENTI
Dalla XXIV Giornata Mondiale del Malato (Papa Francesco)

(Vai ai testi…)

venerdì 3 novembre 2017

«Servizio»: il nome nuovo, il nome segreto della civiltà


31a domenica del Tempo ordinario (A)
Malachia 1,14b-2,2b.8-10 • Salmo 130 • 1 Tessalonicesi 2,7b-9.13 • Matteo 23,1-12
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Appunti per l'omelia

Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere…
Essi dicono e non fanno. La severità di Gesù non va contro la debolezza di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia di chi fa finta. Verso la nostra debolezza Gesù si è sempre mostrato premuroso. Gesù non sopporta gli ipocriti, magari credenti, ma non credibili.

Legano fardelli pesanti sugli altri, ma essi non li muovono nemmeno con un dito
Così è l'ipocrita (termine greco che significa "attore di teatro"): è il moralista che invoca leggi sempre più dure, ma per gli altri. Infatti, legano fardelli pesanti e difficili e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Ipocrita è l'uomo di Chiesa che più si mostra severo e duro con gli altri, più si sente giusto, vicino a Dio. L'ipocrita dice: "Vi ho dato la legge, sono a posto".

Le opere le fanno per essere ammirati dalla gente…
Se l'ipocrisia è il primo peccato, il secondo è la vanità: tutto fanno per essere ammirati dalla gente, vivono per l'immagine, recitano. L'ipocrita non si accontenta di essere peccatore, vuole apparire buono. E con la sua falsa virtù fa sì che gli uomini non si fidino più neanche della virtù autentica.

Amano essere chiamati "rabbì"… Voi siete tutti fratelli…
All'ipocrisia ed alla vanità si aggiunge l'amore del potere! Ma Gesù replica: Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli. Tutti fratelli, nessuno superiore agli altri! A Gesù però questo non basta: il più grande tra voi è colui che serve.

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo
Il più grande è chi ama di più. Il mondo ha bisogno d'amore e non di ricchezza per fiorire ed essere un "giardino" bello ed abitabile. Ed allora il più grande del nostro mondo sarà forse una mamma sconosciuta, che lavora e ama nel segreto della sua casa, o il nostro vicino... Gesù così rovescia la nostra idea di grandezza, ne prende la radice e la capovolge e dice: tu sei grande quanto è grande il tuo cuore. Siamo grandi quando sappiamo amare, quando sappiamo farlo con lo stile di Gesù, traducendo l'amore nella divina follia del servizio: sono venuto per servire non per essere servito. È l'assoluta novità di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui ai piedi di tutti. Dio è il grande servitore, non il padrone. Lui io servirò, perché Lui si è fatto mio servitore.
«Servizio» è il nome nuovo, il nome segreto della civiltà.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Voi siete tutti fratelli (Mt 22,8)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Uno solo è la vostra Guida, il Cristo (Mt 23,10) - (30/10/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2017)
  di Marinella Perroni (VP 9.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione: Sieger Koder, Lavanda dei piedi)

mercoledì 1 novembre 2017

La "novità": il servizio


Parola di vita – Novembre 2017

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo» (Mt 23,11).

Gesù, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, annunciava la novità dello stile di vita di quelli che vogliono essere suoi discepoli, uno stile "controcorrente" rispetto alla mentalità più diffusa.
Al suo tempo, come anche oggi, era facile fare discorsi moralistici e poi non vivere coerentemente, ma piuttosto cercare per sé posti di prestigio nel contesto sociale, modi per emergere e servirsi degli altri per ottenere vantaggi personali.
Ai suoi Gesù chiede di avere tutt'altra logica nelle relazioni con gli altri, quella che Egli stesso ha vissuto:

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo».

In un incontro con persone desiderose di scoprire come vivere il vangelo, Chiara Lubich ha così condiviso la sua esperienza spirituale:
«Si deve sempre puntare lo sguardo nell'unico Padre di tanti figli. Poi guardare tutte le creature come figlie di un unico Padre… Gesù, modello nostro, ci ha insegnato due sole cose, che sono una: ad essere figli di un solo Padre e ad essere fratelli gli uni degli altri…. Dio dunque ci chiamava alla fratellanza universale».
Ecco la novità: amare tutti come ha fatto Gesù, perché tutti sono - come me, come te, come ogni persona sulla terra - figli di Dio, amati e attesi da sempre da Lui.
Si scopre così che il fratello da amare concretamente, anche con i muscoli, è ognuna di quelle persone che incontriamo quotidianamente. È il papà, la suocera, il figlio piccolo e quello ribelle; il carcerato, il mendicante e il disabile; il capo ufficio e la signora delle pulizie; il compagno di partito e chi ha idee politiche diverse dalle nostre; chi è della nostra fede e cultura come pure lo straniero.
L'atteggiamento tipicamente cristiano per amare il fratello è servirlo:

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo».

Ancora Chiara: «Aspirare costantemente al primato evangelico col mettersi, il più possibile, al servizio del prossimo […] E quale è il modo migliore per servire? Farsi uno con ogni persona che incontriamo, sentendo in noi i suoi sentimenti: risolverli come cosa nostra, fatta nostra dall'amore […] Cioè non vivere più ripiegati su noi stessi, cercar di portare i suoi pesi, di condividere le sue gioie».
Ogni nostra capacità e qualità positiva, tutto quello per cui possiamo sentirci "grandi" è una imperdibile opportunità di servizio: l'esperienza sul lavoro, la sensibilità artistica, la cultura, ma anche la capacità di sorridere e di far sorridere; il tempo da offrire per ascoltare chi è nel dubbio o nel dolore; le energie della giovinezza, ma anche la forza della preghiera, quando quella fisica viene a mancare.

«Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo».

E questo amore evangelico, disinteressato, prima o poi accende nel cuore del fratello lo stesso desiderio di condivisione, rinnovando i rapporti in famiglia, in parrocchia, nei luoghi di lavoro o di svago e mettendo le basi per una nuova società.

Hermez, adolescente del Medio Oriente, racconta: «Era domenica, e appena sveglio ho chiesto a Gesù di illuminarmi nell'amare durante tutto il giorno. Mi sono accorto che i miei genitori erano andati a Messa e mi è venuta l'idea di pulire e sistemare la casa. Ho cercato di curare ogni particolare, perfino i fiori sul tavolo! Poi ho preparato la colazione, sistemando ogni cosa. Al rientro, i miei genitori erano sorpresi e felicissimi di quanto avevano trovato. Quella domenica abbiamo fatto colazione nella gioia come mai era successo, dialogando su tante cose, e ho potuto condividere con loro le molte esperienze vissute durante tutta la settimana. Quel piccolo atto di amore aveva dato il "la" ad una bellissima giornata!».

Letizia Magri

Fonte: Città Nuova n. 10/Ottobre 2017


martedì 31 ottobre 2017

Le Beatitudini, il cuore del Vangelo: il desiderio prepotente di un mondo totalmente diverso


Solennità di Tutti Santi
Apocalisse 7,2-4.9-14 • Salmo 23 • 1 Giovanni 3,1-3 • Matteo 5,1-12
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Appunti per l'omelia

Gesù si mise ad insegnare… «Beati… Beati… Beati…»
La liturgia, nella solennità di Tutti i Santi, propone il Vangelo delle Beatitudini come luce che non raggiunge solo i migliori tra noi, i santi, ma si posa su tutti i fratelli che sono andati avanti. Una luce in cui siamo dentro tutti: poveri, sognatori, ingenui, i piangenti e i feriti…
Queste parole sono il cuore del Vangelo, il racconto di come passava nel mondo l'uomo Gesù, e per questo sono il volto alto e puro di ogni uomo, le nuove ipotesi di umanità. Sono il desiderio prepotente di un tutt'altro modo di essere uomini, il sogno di un mondo fatto di pace, di sincerità, di giustizia, di cuori limpidi.
Ma se accogliamo le Beatitudini, la loro logica ci cambia il cuore. E possono cambiare il mondo. Ci cambiano sulla misura di Dio. Dio non è imparziale, ha un debole per i deboli, incomincia dagli ultimi, dalle periferie della Storia, per cambiare il mondo, perché non avanzi per le vittorie dei più forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.

Beati i poveri in spirito…
La prima Beatitudine chiama "beati" i poveri, non con la promessa che diventeranno ricchi. No. Il progetto di Dio è più profondo e vasto. Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell'altra vita! Beati, perché c'è più Dio in voi, più libertà, più futuro. In questo mondo dove si fronteggiano lo spreco e la miseria, un esercito silenzioso di uomini e donne preparano un futuro buono: costruiscono pace, nel lavoro, in famiglia, nelle istituzioni; sono ostinati nel proporsi la giustizia, onesti anche nelle piccole cose, non conoscono doppiezza.

Beati quelli che sono nel pianto…
La seconda è la Beatitudine più paradossale: beati quelli che sono nel pianto. E non vuol dire: felici quando state male! Ma: In piedi voi che piangete, coraggio, in cammino, Dio sta dalla vostra parte e cammina con voi, forza della vostra forza! Un angelo misterioso annuncia a chiunque piange: il Signore è con te. Dio non ama il dolore, è con te nel riflesso più profondo delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio, per fasciare il cuore ferito.

Beati i misericordiosi...
Loro ci mostrano che i giorni sconfinano nell'eterno, loro che troveranno per sé ciò che hanno regalato alla vita d'altri: troveranno misericordia, bagaglio di terra per il viaggio di cielo, equipaggiamento per il lungo esodo verso il cuore di Dio.

La parola chiave delle Beatitudini è felicità. Sant'Agostino scrive: Abbiamo parlato della felicità, e non conosco valore che maggiormente si possa ritenere dono di Dio. Dio non solo è amore, non solo misericordia, Dio è anche felicità. Felicità è uno dei nomi di Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
 Gesù si mise a parlare e insegnava loro (Mt 5,2)
(vai al testo)

Vedi anche analoghe Parola-sintesi a suo tempo pubblicate:
 Beati i misericordiosi (Mt 5,7) (1° novembre 2016) (vai al testo)
 Beati i poveri in spirito ( Mt 5,3) (1° novembre 2015) (vai al testo…)
 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia ( Mt 5,7) (1° novembre 2014) (vai al testo…)
 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ( Mt 5,8) (1° novembre 2013) (vai al testo…)
 Rallegratevi ed esultate, grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5,12) - (31/10/2008)
(vai al post "La promessa della gioia piena")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Come farsi santi? (31/10/2016)
  Nelle Beatitudini la regola della santità (30/10/2015)
  La santità è innamorata dell'oggi (30/10/2014)
  Ciò che sta più a cuore a Dio: la nostra felicità! (31/10/2013)
  La gioia del Cielo (31/10/2012)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2017)
  di Cettina Militello (VP 9.2016)
  di Luigi Vari (VP 9.2015)
  di Marinella Perroni (VP 9.2013)
  di Marinella Perroni (VP 9.2012)
  di Marinella Perroni (VP 9.2011)
  di Giovanni Cavagnoli (VP 9.2014)
  di Claudio Arletti (VP 9.2010)
  di Claudio Arletti (VP 9.2009)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno A)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno B)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno C)

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COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
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Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 2017)
  di Cettina Militello (VP 2016)
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Giovanni Cavagnoli (VP 2014)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno A)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno B)
  di Enzo Bianchi (vol. Anno C)

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 27 ottobre 2017

«Amerai…», perché l'amore è la legge della vita


30a domenica del Tempo ordinario (A)
Esodo 22,20-26 • Salmo 17 • 1 Tessalonicesi 1,1-5c-10 • Matteo 22,34-40
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Nella Legge, qual è il grande comandamento?
Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello del Sabato, perché anche Dio lo osserva. La risposta di Gesù, come al solito, sorprende e va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai. Lui sa che la creatura ha bisogno di amore per vivere bene. E offre il suo Vangelo come via per la pienezza e la felicità di questa vita.
Amerai, dice Gesù: un verbo al futuro, non all'imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare. Cosa devo fare domani, e poi dopo, per essere vivo? Tu amerai. Un verbo al futuro, perché racconta la nostra storia infinita.

Amerai il Signore Dio tuo…
Amerai Dio con tutto…, con tutto…, con tutto…. Per tre volte Gesù ripete che l'unica misura dell'amore è amare senza misura.
Ama Dio con tutto il cuore, non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai il cuore crescere per amare il marito, il figlio, la moglie, l'amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica.

Amerai il tuo prossimo come te stesso
Domandano a Gesù qual è il comandamento grande e Lui invece di un comandamento ne elenca due: amerai Dio, amerai il prossimo.
Il secondo comandamento è simile al primo: "Amerai l'uomo" è simile ad "amerai Dio".
Il prossimo è simile a Dio, è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio. Il volto dell'altro è da leggere come un libro sacro, la sua parola da ascoltare come parola santa, il suo grido da fare nostro come fosse parola di Dio.
Amerai il tuo prossimo come ami te stesso: Ama te stesso, perché sei come un prodigio, porti l'impronta della mano di Dio; se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine.
Se per me io desidero pace e perdono, questo lo offrirò agli altri. Se per me io desidero giustizia e rispetto, io per primo lo dovrò dare agli altri.

Ma perché amare con tutto me stesso? Perché dare e ricevere amore è ciò su cui posa la beatitudine della vita. Perché Dio è amore: è l'energia fondamentale del cosmo. Ed amando partecipo di questa energia, perché quando amo, è il Totalmente Altro che viene perché la storia sia totalmente altra da quello che è.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Amerai il Signore tuo Dio... e amerai il tuo prossimo (Mt 22,37.39)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Maestro, qual è il grande comandamento? (Mt 22,36) - (26/10/2014)
(vai al testo…)
 Maestro, qual è il grande comandamento? (Mt 22,36) - (23/10/2011)
(vai al testo…)
 Qual è il più grande comandamento della legge? (Mt 22,36) - (24/10/2008)
(vai al post "Essere amore")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  La "via" per amare Dio (24/10/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 9.2014)
  di Marinella Perroni (VP 9.2011)
  di Enzo Bianchi

lunedì 23 ottobre 2017

Lo straniero interpella il ministero dei diaconi



Il diaconato in Italia n° 204
(maggio/giugno 2017)

Lo straniero interpella il ministero dei diaconi





ARTICOLI
Gesù per noi diventato straniero (Giuseppe Bellia)
Lo straniero nelle Scritture (Gabriele Bentoglio)
La diaconia di Filippo verso lo straniero (Giovanni Chifari)
Diaconi profeti di solidarietà e di giustizia (Enzo Petrolino)
Un vescovo, una religiosa... un diacono? (Andrea Spinelli)
Cosa consegnare ai lontani che vengono da noi? (Giuseppe Bellia)
Lo stupore e lo scandalo del limite (Giorgio Agagliati)
I diaconi a servizio degli stranieri (Gaetano Marino)
I diaconi a servizio degli stranieri (Gaetano Marino)
"Diaconando" verso gli ultimi (Vincenzo Testa)
Diaconato e teologia (III parte) (José Gabriel Mesa Angulo)

RUBRICHE
Il cellerario del monastero (a cura di A.S.)
Reti di solidarietà, accoglienza e integrazione (Caritas di Brescia)
Il profeta e lo straniero (Redazione)

(Vai ai testi…)

domenica 22 ottobre 2017

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!


Il 22 ottobre di 39 anni fa san Giovanni Paolo II dava inizio al suo pontificato.
Anche allora, in quella domenica, si celebrava la Giornata Missionaria Mondiale, giorno in cui «la Chiesa intera prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale», come ebbe a dire il papa nella sua omelia; omelia nella quale risuonarono forti, accorate, le sue parole: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Riporto qui di seguito il testo dell'omelia.


(Clicca qui per ascoltare le parole del Papa)


Omelia di Giovanni Paolo II per l'inizio del pontificato
Domenica, 22 ottobre 1978


1. "Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16).
Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: "...perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.
Esse segnano l'inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all'uomo che le ha pronunciate: "Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa".

2. Quest'oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.
Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l'ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole "Chi vede me, vede pure il Padre". Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.
– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,
– voi tutti che ancora cercate Dio,
– e pure voi tormentati dal dubbio:
vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l'ultima e definitiva verità sull'uomo: il figlio del Dio vivente. "Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente"!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.
Il Signore si rivolse a lui dicendo: "...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (Gv 21,18).
Pietro è venuto a Roma!
Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell'Impero Romano, se non l'obbedienza all'ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!
Secondo un'antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: "Quo vadis, Domine?" (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: "Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta". Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.
Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!
Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L'ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.
Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.
Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.
Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi "un regno di sacerdoti".
Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l'ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua "sacra potestà" in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.
La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell'uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: "O Cristo! Fa' che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa' che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi".

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.

Non abbiate paura! Cristo sa "cosa è dentro l'uomo". Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all'uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua "Giornata Missionaria Mondiale", prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.
Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.
Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!
Vi ringrazio, diletti Fratelli nell'Episcopato!
Grazie a voi, Sacerdoti!
A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!
Grazie a voi, Romani!
Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!
Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!

[Omissis, testo in varie lingue]

Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell'attesa del prossimo incontro personale; ma fin d'ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.
E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l'apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).
Pregate per me!
Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.

venerdì 20 ottobre 2017

A Cesare le cose, a Dio la persona con tutto il suo cuore


29a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 45,1.4-6 • Salmo 95 • 1 Tessalonicesi 1,1-5b • Matteo 22,15-21
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?
Fai gli interessi degli invasori o quelli della tua gente? Con qualsiasi risposta, Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani o per il pugnale degli Zeloti. Gesù non cade nella trappola. Conoscendo la loro malizia, li chiama ipocriti, cioè attori, commedianti: la vostra vita è una recita per essere visti dalla gente.

Mostratemi la moneta del tributo
Alla domanda cattiva e astuta di chi vuole metterlo o contro Roma o contro la sua gente, Gesù risponde giocando al rialzo, come al suo solito, e, cambiando la prospettiva, allarga gli orizzonti della domanda.

Rendete a Cesare quello che è di Cesare
Con un primo cambio di prospettiva Gesù cambia il verbo pagare (è lecito pagare le tasse?) in restituire: quello che è di Cesare rendetelo a Cesare. Parla quindi di un dare e avere: voi usate questa moneta, usate cioè dello stato romano che vi garantisce strade, giustizia, sicurezza, mercati. Avete ricevuto e ora restituite. Pagate tutti le tasse per un servizio che tocca tutti.
Come non applicare questa chiarezza semplice di Gesù ai nostri giorni, in cui la crisi economica porta con sé un dibattito su manovre, tasse, evasione fiscale; applicarla ai farisei di oggi che giustificano in mille modi, quando addirittura non se ne vantino, l'evasione delle imposte.
Ma restituire a Cesare di cui mi fido poco? A Cesare che ruba? Sì, ma al modo di Gesù, lui che non guardava in faccia a nessuno, come riconoscono i farisei: allora, se Cesare sbaglia, il mio tributo sarà quello di correggerlo; e se ruba gli ricorderò la voce della coscienza e il dovere della giustizia.

Rendete a Dio quello che è di Dio
Con il secondo cambio di prospettiva Gesù introduce l'orizzonte di Dio, inserisce la dimensione spirituale.
Da Dio ho ricevuto, a Dio restituisco. Da Lui viene il respiro, il volere e l'operare, il gioire e l'amare, i talenti, il seme di eternità deposto in ciascuno, suo è il giardino del mondo. Davanti a Lui, come davanti all'uomo, non siamo dei pretendenti, ma dei debitori grati: restituisco a Dio quello che è di Dio. Tutto ho ricevuto da Lui. A Lui restituisco tutto, prendendo cura di ogni cosa e di ogni persona come di un tesoro.
Ogni donna e ogni uomo sono talenti d'oro offertici per il nostro bene, sono nel mondo le vere monete d'oro che portano incisa l'immagine e l'iscrizione di Dio.
A Cesare le cose, a Dio la persona, con tutto il suo cuore, la sua bellezza, la sua luce, e la memoria viva di Dio.

A ciascuno di noi Gesù ricorda: Resta libero da ogni impero, ribelle ad ogni tentazione di venderti o di lasciarti possedere. Ripeti al potere: io non ti appartengo.
Ad ogni potere umano Gesù ricorda: Non appropriarti dell'uomo. Non violarlo, non umiliarlo, non manipolarlo. L'uomo è cosa di Dio. È creatura che ha Dio nel sangue.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mt 22,21)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mt 22,21) - (19/10/2014)
(vai al testo…)
 A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mt 22,21) - (16/10/2011)
(vai al testo…)
 È lecito o no pagare il tributo a Cesare? (Mt 22,17) - (17/10/2008)
(vai al post "La politica, sublime espressione della fraternità cristiana")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  La nostra vita per l'unico Dio (17/10/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 9.2014)
  di Marinella Perroni (VP 9.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

sabato 14 ottobre 2017

Il Diaconato nel pensiero di Papa Francesco


Il Diaconato nel pensiero di Papa Francesco
Una Chiesa povera per i poveri




Il volume raccoglie gli interventi sul diaconato tenuti da Papa Francesco nel corso del suo ministero episcopale a Buenos Aires e quelli più recenti da lui pronunciati come Vescovo di Roma. Nella Prefazione al volume il Santo Padre ricorda perché il Diaconato è importante e sottolinea come sia interessante e necessario oggi approfondirne lo sviluppo. «La Chiesa - dice il Pontefice - trova nel diaconato permanente l'espressione ed in pari tempo l'impulso per farsi essa stessa segno visibile della diaconia di Cristo Servo nella storia degli uomini». Tutta la diaconia della Chiesa – ribadisce il Pontefice – «ha il suo cuore pulsante nel Ministero Eucaristico e si realizza primariamente nel servizio dei poveri che recano in sé il volto di Cristo sofferenze».

Enzo Petrolino è diacono coniugato della diocesi di Reggio Calabria-Bova e Presidente della Comunità del Diaconato in Italia


venerdì 13 ottobre 2017

La sala del banchetto, piena non di santi ma di peccatori perdonati


28a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 25,6-10a • Salmo 22 • Filippesi 4,12-14.19-20 • Matteo 22,1-14
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio
Il regno dei cieli è simile a una festa. Eppure nella affannata città degli uomini nessuno sembra interessato: gli invitati non vogliono venire... Si sposa il figlio del re, l'erede al trono, eppure nessuno sembra interessato; nessuna almeno delle persone importanti, quelli che possiedono terreni, buoi e botteghe.

… gli invitati non volevano venire
Perché gli invitati non rispondono all'invito del re? Abbiamo tutti sperimentato che per far festa davvero con gli altri è necessario un anticipo di felicità dentro, è necessario essere contenti. Ecco perché i primi invitati non rispondono, perché non sono felici: hanno perso la gioia del cuore dietro alle cose e agli affari.

Mandò altri servi…
Il re non si arrende al primo rifiuto e rilancia l'invito. Perché di nuovo nessuno risponde e la festa promessa finisce nel sangue e nel fuoco? È la storia di Gesù, di Israele, di Gerusalemme...
Non volevano venire, forse perché presi dai loro affari, dalla liturgia del lavoro e del guadagno, dalle cose importanti da fare; non hanno tempo, loro, per cose di poco conto: le persone, gli incontri, la festa. Hanno troppo da fare...

Alla fine disse ai servi: Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze
Per la terza volta i servi ricevono il compito di uscire: "chiesa in uscita" a cercare per i crocicchi, nelle periferie, uomini e donne di nessuna importanza… Se i cuori e le case si chiudono, il Signore, che non è mai a corto di sorprese, apre incontri altrove. L'ordine del re è illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. L'invito potrebbe sembrare casuale, invece esprime la precisa volontà di raggiungere tutti, nessuno escluso.
Dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi: fateli entrare tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi e poi i buoni, senza mezze misure...
È bello questo nostro Dio che quando è rifiutato, anziché abbassare le attese le alza: chiamate tutti! Che apre, allarga, va più lontano… Noi non siamo chiamati perché siamo buoni e ce lo meritiamo, ma perché diventiamo buoni, lasciandoci incontrare da una proposta di vita, dal cuore di Dio.
Alla fine la sala si riempie di commensali. Ecco il Paradiso: come quella sala, piena non di santi ma di peccatori perdonati, di gente come noi!

Scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale
Un invitato però non indossa l'abito delle nozze: Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?
Di che cosa è simbolo quell'abito, il migliore che avrebbe dovuto possedere? Di un comportamento senza macchie? No, nella sala si mescolano brave persone e cattivi soggetti. Indica il meglio di noi stessi… Dal momento che Dio ci mette in vita, ci invita alle nozze con lui. La storia della salvezza è la storia di due mendicanti, ambedue mendicanti di amore: Dio e l'uomo. Quell'invitato si è sbagliato su Dio e quindi su se stesso, sulla vita, su tutto: non ha capito che Dio viene come uno Sposo, intimo a me come un amante. Esperto di feste: si fa festa infatti in cielo per un peccatore pentito, per un figlio che torna, per ogni mendicante d'amore che trova e restituisce una goccia d'amore.

La parabola ci aiuta a non sbagliarci su Dio. Lo temiamo come il Dio dei sacrifici ed è il Dio cui sta a cuore la nostra gioia; come uno che ci impone di fare delle cose per lui ed invece ci chiede di lasciargli fare cose grandi per noi. Lo pensiamo lontano, separato, ed invece è dentro la sala della vita, del mondo, come una promessa di felicità, una scala di luce posata sul cuore e che sale verso Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Venite alle nozze! (Mt 22,4)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze (Mt 22,9) - (12/10/2014)
(vai al testo…)
 Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze (Mt 22,9) - (09/10/2011)
(vai al testo…)
 Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4,13) - (10/10/2008)
(vai al post "La forza della Parola")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Alla Festa di nozze: invito rifiutato, invito accettato (10/10/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 8.2014)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 6 ottobre 2017

Il sogno di Dio: far fruttificare la vigna, a qualsiasi prezzo


27a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 5,1-7 • Salmo 79 • Filippesi 4,6-9 • Matteo 21,33-43
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Un uomo possedeva un terreno e vi piantò una vigna…
L'uomo dei campi, il nostro Dio contadino, guarda la sua vigna con gli occhi dell'amore e la circonda di cure: La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna io non abbia fatto? Che cosa potevo fare per te che io non abbia fatto? Canto d'amore di un Dio appassionato, che fa per me ciò che nessuno farà mai. Dio ha per me una passione che nessuna delusione spegne, che mi meraviglia sempre, che ricomincia dopo ogni mio rifiuto ad assediare il cuore.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti…
Per noi il tempo del raccolto è ogni giorno: vengono persone, cercano pane, Vangelo, giustizia, coraggio, un raggio di luce. Che cosa trovano in noi? Vino buono o uva acerba? La parabola cammina però verso un orizzonte di amarezza e di violenza. In contrasto con la bassezza dei vignaioli emerge la grandezza del Dio contadino, un Signore che non si arrende, non è mai a corto di meraviglie, non ci molla e ricomincia dopo ogni rifiuto ad assediare il cuore con nuovi Profeti e servitori, e infine con il Figlio.

Costui è l'erede, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!
La parabola è trasparente: la vigna è Israele, i vignaioli avidi sono le autorità religiose, che uccideranno Gesù come bestemmiatore. Il movente è lo stesso: l'interesse, il potere e il denaro, tenersi il raccolto e l'eredità! È la voce oscura che grida in ciascuno: sii il più forte, il più furbo, non badare all'onestà, e sarai tu il capo, il ricco, il primo. Questa ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine di tutte le vendemmie di sangue della terra.

Cosa farà il padrone a quei contadini?
La risposta delle autorità è secondo logica giudiziaria: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia si fonda sull'eliminare chi sbaglia. Gesù non è d'accordo. Lui non parla di far morire, mai; il suo scopo è far fruttificare la vigna: sarà data a un popolo che produca frutti.

Il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti
Il sogno di Dio non è il tributo finalmente pagato, non è la pena scontata, i conti in pareggio, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, bensì grappoli caldi di sole e gonfi di luce. Al di fuori della metafora, Dio sogna una storia che non sia guerra di possessi, battaglia di potere, ma sia vendemmia di generosità e di pace, grappoli di giustizia e di onestà, presenza di Dio fra noi.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Darà la vigna ad altri contadini (Mt 21,41)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 La pietra scartata è diventata la pietra d'angolo (Mt 21,42) - (05/10/2014)
(vai al testo…)
 Io ho scelto voi perché andiate e portiate frutto ( Gv 15,16 - vers. al vangelo) - (02/10/2011)
(vai al testo…)
 Il regno di Dio sarà dato ad un popolo che ne produca frutti (Mt 21,43) - (03/10/2008)
(vai al post "Degni del dono ricevuto")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Il rifiuto dell'amore di Dio o una vita piena di gesti di amore (03/10/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 8.2014)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

domenica 1 ottobre 2017

Ha "svuotato" se stesso


Parola di vita – Ottobre 2017

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5).

L'apostolo Paolo, mentre si trova in carcere a causa della sua predicazione, scrive una lettera alla comunità cristiana della città di Filippi. È stato proprio lui il primo a portare lì il Vangelo e tanti hanno creduto e si sono impegnati con generosità nella nuova vita, testimoniando l'amore cristiano anche quando Paolo è dovuto partire. Queste notizie danno a lui una grande gioia e per questo la sua lettera è piena di affetto per i filippesi.
Egli dunque li incoraggia ad andare avanti, a crescere ancora come singoli e come comunità, e per questo ricorda il loro modello, dal quale imparare lo stile di vita evangelico:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».

E quali sono questi "sentimenti"? Come è possibile conoscere i desideri profondi di Gesù, per imitarlo?
Paolo lo ha capito: Cristo Gesù, il Figlio di Dio, ha svuotato se stesso ed è sceso in mezzo a noi; si è fatto uomo, totalmente al servizio del Padre, per permettere a noi di diventare figli di Dio [1].
Ha realizzato la sua missione attraverso il modo di vivere di tutta la sua esistenza: si è continuamente abbassato per raggiungere chi era più piccolo, debole, insicuro, per risollevarlo, per farlo sentire finalmente amato e salvato: il lebbroso, la vedova, lo straniero, il peccatore.

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».

Per riconoscere e coltivare in noi i sentimenti di Gesù, riconosciamo prima di tutto in noi stessi la presenza del suo amore e la potenza del suo perdono; poi guardiamo a lui, facendo nostro il suo stile di vita, che ci spinge ad aprire il cuore, la mente e le braccia per accogliere ogni persona così com'è. Evitiamo ogni giudizio verso gli altri, ma invece lasciamoci arricchire dal positivo di chi incontriamo, anche quando è nascosto da un cumulo di miserie e di errori e ci sembra di "perdere tempo" in questa ricerca.
Il sentimento più forte di Gesù che possiamo fare nostro è l'amore gratuito, la volontà di metterci a disposizione degli altri con i nostri piccoli o grandi talenti, per costruire coraggiosamente e concretamente rapporti positivi in tutti i nostri ambienti di vita; è saper affrontare anche le difficoltà, le incomprensioni, le divergenze con spirito di mitezza e con la determinazione di trovare le strade del dialogo e della concordia.

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».

Chiara Lubich, che per tutta la vita si è lasciata guidare dal Vangelo e ne ha sperimentato la potenza, ha scritto:
«Imitare Gesù significa comprendere che noi cristiani abbiamo senso se viviamo per gli altri, se concepiamo la nostra esistenza come un servizio ai fratelli, se impostiamo tutta la nostra vita su questa base. Allora avremo realizzato ciò che a Gesù sta più a cuore. Avremo centrato il Vangelo. E saremo veramente beati». [2]

Letizia Magri

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[1] Cfr. Gal 4,6: «E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: "Abbà! Padre!"». Anche Gv 1,12: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».
[2] Cfr. C. Lubich, Beati quelli che si amano a vicenda, Città Nuova, 26, (1982), 6, p.43.

Fonte: Città Nuova n. 9/Settembre 2017
Immagine: Particolare del Crocifisso - Cattedrale di San Panfilo (Sulmona)


venerdì 29 settembre 2017

Dio crede in noi, sempre


26a domenica del Tempo ordinario (A)
Ezechiele 18,25-28 • Salmo 24 • Filippesi 2, 1-11 • Matteo 21,28-32
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Un uomo aveva due figli...
In quei due figli è rappresentato ognuno di noi, con in sé un cuore diviso, un cuore che dice "sì" e uno che dice "no", che dice e poi si contraddice: infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (cf Rm 7,15.19).
Il primo figlio che dice "no", è un ribelle; il secondo che dice "sì" e non fa', è un servile. Non si illude Gesù. Conosce bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. I due fratelli, pur così diversi, hanno qualcosa in comune: la stessa idea del padre come di un estraneo che impartisce ordini; la stessa idea della vigna come di una cosa che non li riguarda.

"Non ne ho voglia". Ma poi si pentì…
Qualcosa viene a disarmare il rifiuto del figlio che ha detto "no": "si pentì". Pentirsi significa cambiare mentalità, cambiare il modo di vedere, di vedere il padre e la vigna. Il padre non è più un padrone da obbedire o da ingannare, ma il capo famiglia che mi chiama in una vigna che è anche mia…

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
In che cosa consiste la sua volontà? Avere figli rispettosi e obbedienti? No, il suo sogno di padre è una casa abitata non da servi ossequienti, ma da figli liberi. Questa volontà del padre è avere figli che collaborino, come parte viva, alla gioia della casa.
La morale evangelica non è quella dell'obbedienza, ma quella della fecondità, dei frutti buoni: volontà del Padre è che voi portiate molto frutto e il vostro frutto rimanga (cf Gv 15,8.16).

I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio
Frase dura, perché si rivolge a noi che a parole diciamo "sì", ci diciamo credenti, ma siamo sterili di opere buone, cristiani di facciata e non di sostanza. Ma anche consolante, perché in Dio non c'è condanna, ma la promessa di una vita buona, per gli uni e per gli altri. Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri errori e ritardi nel dire "sì". Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch'io cominciare la mia conversione verso un Dio che non è dovere, ma amore e libertà.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
...ma poi si pentì e vi andò (Mt 21,29)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? (Mt 21,31) - (28/09/2014)
(vai al testo…)
  Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? (Mt 21,31) - (25/09/2011)
(vai al testo…)
 Ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso ( Fil 2,3) - (26/09/2008)
(vai al post "L'umiltà del servizio")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Fare la volontà del Padre, sull'esempio di Gesù (26/09/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 8.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 8.2014)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

venerdì 22 settembre 2017

Il Dio che viene a cercarmi anche quando si sarà fatto molto tardi


25a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 55,6-9 • Salmo 144 • Filippesi 1,20c-24.27a • Matteo 20,1-16
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna
Questa parabola ci assicura che il mondo nuovo che deve nascere è vigna e passione di Dio, al punto che arriva a definire se stesso come vite e noi come tralci, per dire che il progetto di Dio per il mondo, sua vigna, è una vendemmia profumata, un vino di festa, una promessa di felicità: io sono vigna e passione di Dio! Il suo campo preferito, di cui ha cura uscendo per ben cinque volte, da un buio all'altro, a cercare operai.

Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?
I padrone esce a cercare operai fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C'è dell'altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?. Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell'uomo.

Quando fu sera il padrone disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e dai loro la paga cominciando dagli ultimi…
Il punto di svolta del racconto risiede nel momento della paga: comincia dagli ultimi della fila e dà a chi ha lavorato un'ora sola lo stesso salario concordato con quelli dell'alba. Finalmente un Dio che non è un «padrone», nemmeno il migliore dei padroni. Non è un contabile. Un Dio ragioniere non converte nessuno. È un Dio buono! Quel denaro regalato ha lo scopo di assicurare il pane per oggi e la speranza per domani a tutte le case.

Sei invidioso perché io sono buono?
È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce le regole del mercato. Un Dio che sa ancora saziarci di sorprese. Non segue la logica della giustizia, ma lo fa per eccesso, per dare di più. Vuole garantire vite, salvare dalla fame, aggiungere futuro. È commovente vedere questo Dio che accresce vita, con quel denaro immeritato che giunge benedetto e benefico a quattro quinti dei lavoratori.

I primi nel ritirare il denaro mormoravano contro il padrone…
Gli operai della prima ora, quando ricevono il denaro pattuito, sono delusi: non è giusto, dicono, noi meritiamo di più degli altri. Ma il padrone: Amico, non ti faccio torto. Il padrone non è stato ingiusto, ma generoso. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. E lancia tutti in un'avventura sconosciuta: quella della bontà. Che non è giusta, è oltre, è molto di più.

Io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te…
La bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l'amore è giusto, è altra cosa, è di più. Se l'operaio dell'ultima ora io lo sento come mio fratello o mio amico, allora sono felice con lui, con i suoi bambini, per la paga eccedente. Se invece mi ritengo operaio della prima ora e misuro le fatiche, se mi ritengo un cristiano esemplare, che ha dato a Dio tanti sacrifici e tutta la fedeltà, che ora attende ricompensa adeguata, allora posso essere urtato dalla retribuzione uguale data a chi ha fatto molto meno di me.
È drammatico: si può essere credenti e non essere buoni!

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l'ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.
Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Andate anche voi nella mia vigna (Mt 20,7)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,15) - (21/09/2014)
(vai al testo…)
 Sei invidioso perché io sono buono? (Mt 20,15) - (18/09/2011)
(vai al testo…)
 Andate anche voi nella mia vigna (Mt 20,7) - (19/09/2008)
(vai al post "Anche noi chiamati")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  La gratuità di Dio (19/09/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 8.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 8.2014)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 21 settembre 2017

Matrimonio e Ordine: due Sacramenti di Servizio


Ho letto un intervento di Carlo de Cesare, diacono della diocesi di Napoli, sul tema "Due Sacramenti di servizio: Matrimonio e Ordine; e modalità di vita nell'ambito del Sacramento dell'Ordine", dove si affronta il discorso sul diaconato uxorato nella Chiesa Latina.
Dopo aver illustrato la figura del ministro ordinato nel suo stato di vita e nella propria Chiesa di appartenenza, si affronta il discorso sul diacono sposato e lavoratore nella sua disponibilità di tempo per il ministero, e vi si legge tra l'altro:
«[…] I due Sacramenti non sono in concorrenza tra di loro. È possibile che una scelta escluda l'altra, ma nell'Ordine e nel Matrimonio la convivenza è possibile perché il celibato per i presbiteri nella Chiesa Romana e Ambrosiana è una prassi disciplinare, non teologica. L'incompatibilità esiste tra chi emette voti solenni di castità, povertà e obbedienza, ma questa consacrazione non è un Sacramento.
E non c'e neanche alcuna ragione di creare primazie o subordinazioni tra i Sacramenti dell'Ordine e del Matrimonio.
"Prima viene la famiglia, poi il lavoro, e solo dopo il ministero?". La vita di un ministro non può essere segmentata, parcellizzata e gerarchizzata in questo modo.
Questo modo di pensare, nell'ipotesi in cui si dovesse veramente verificare, obbligherebbe sia il singolo che tutto il collegio Diaconale ad uniformarsi al basso, al minimo dell'impegno, e questo sarebbe francamente avvilente.
La vita diaconale sposata è una vita di diaconia di coppia. Non può non essere così. […]
Noi diaconi uxorati viviamo una realtà sui generis, in senso letterale: di un genere e una specie propria che non è dei diaconi celibi, non è dei diaconi inseriti in un ordine religioso…
I due sacramenti, quindi, non si sommano, ma si fondono in noi in una nuova ed unica ontologia, che è quella del "diacono uxorato". […]
Bisogna quindi "impegnare" il diacono sposato in maniera consona alla sua vocazione e al suo stato di marito, padre e lavoratore.
Un professionista, un funzionario, un artigiano, un lavoratore coscienzioso e attento ai principi evangelici, di mattina al lavoro con responsabilità ed impegno, non può essere messo il pomeriggio a fare il sacrista o solamente a intonare il Rosario per gli anziani. Per questo basta un laico di buona volontà. Anche l'utilizzo del diacono per coprire esigenze quasi esclusivamente liturgiche non è adatto. Se ci sono la Via Crucis o impegni devozionali di routine in Parrocchia, non si chiama il diacono per lasciare qualche ora libera al parroco, e comunque non lo si ordina per affidargli quasi esclusivamente cose di questo genere.
[…]
Diventa necessario che il Vescovo, nella preparazione dei candidati al diaconato, chiarisca che la vita diaconale di una persona sposata ha bisogno anche di tempi particolari da dedicare al servizio del ministero. Ci sono particolari attività lavorative che non permettono spazi di attività extra, il Vescovo valuterà attentamente se è il caso di ordinare queste persone.
Dopo l'ordinazione, il mandato sia chiaro anche per il carico temporale dell'impegno.
Penso sia necessario che sia il Vescovo sia l'ordinando sappiano a quale impegno si vada incontro e ognuno delle parti faccia le dovute valutazioni.
Si va comodamente in Paradiso anche da laici, non c'e bisogno di rifugiarsi in un Sacramento che prevede un impegno di cuore e di orologio. Il "servizio", che il diacono può dare alla comunità cristiana, impegna tempo ed energie. […]».
(vai all'intero articolo)

venerdì 15 settembre 2017

Perdonare: acquisire il cuore di Dio, fare ciò che Dio fa


24a domenica del Tempo ordinario (A)
Siracide 27,30-28,7 • Salmo 102 • Romani 14,7-9 • Matteo 18,21-35
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Quante volte devo perdonare?... Fino a settanta volte sette
"Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette", cioè sempre. L'unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché vivere il vangelo di Gesù non è spostare un po' più avanti i paletti della morale, del bene e del male, ma è la lieta notizia che l'amore di Dio non ha misura.
Perché devo perdonare? Perché devo rimettere il debito? Perché cancellare l'offesa di mio fratello? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio; perché il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi immetterlo nelle mie relazioni.

…gli doveva diecimila talenti…
Perdonare sempre! Gesù lo dice con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di uno stato: un debito insolvibile. "Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava..." e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma il modello della compassione: sente come suo il dolore del servo, lo fa contare più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell'oro.

Appena uscito trovo uno dei suoi compagni…
Il servo perdonato, "appena uscito", trovò un servo come lui che gli doveva qualche denaro. "Appena uscito": non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. "Appena uscito", ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l'esperienza di come sia grande un cuore di re, presolo per il collo, lo strangolava gridando: Ridammi i miei centesimi, lui perdonato di miliardi! In fondo, era suo diritto, è giusto e spietato.

L'insegnamento della parabola è chiaro: rivendicare i miei diritti non basta per essere secondo il vangelo. La giustizia non basta per fare l'uomo nuovo. «Occhio per occhio, dente per dente», debito per debito: è la linea della giustizia. Ma mentre l'uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Sull'eterna illusione dell'equilibrio tra dare e avere, fa prevalere il disequilibrio del fare grazia che nasce dalla compassione, dalla pietà.

Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?
Non dovevi essere anche tu come me? Questo è il motivo del perdonare: fare ciò che Dio fa. Acquisire il cuore di Dio, per immettere la sovrabbondanza dell'amore di Dio dentro i rapporti ordinati del dare e dell'avere. Perdonare significa - secondo l'etimologia del verbo greco aphíemi - lasciare andare, lasciare libero, troncare i tentacoli e le corde che ci annodano malignamente in una reciprocità di debiti. Assolvere significa sciogliere e dare libertà. La nostra logica ci imprigiona in un labirinto di legami.
Occorre qualcosa di illogico: il perdono, fino a settanta volte sette, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica, fino ad agire come agisce Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il padrone ebbe compassione di quel servo (Mt 18,27)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Quante volte dovrò perdonargli? (Mt 18,21) - (11/09/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 8.2017)
  di Marinella Perroni (VP 8.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 8 settembre 2017

Cristo tra noi, generatore di vita e di fraternità:
 anima di ciò che esiste


23a domenica del Tempo ordinario (A)
Ezechiele 33,1.7-9 • Salmo 94 • Romani 13,8-10 • Matteo 18,15-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, tu va'…
Queste parole tracciano le regole di base per la convivenza fraterna. La prima: se qualcuno ti ferisce, tu non chiudere la comunicazione, non lasciare che l'offesa occupi tutta la scena, non metterti in atteggiamento di vittima o di sudditanza di fronte al male - questo lo renderebbe più forte -, ma fa tu il primo passo, riapri tu il dialogo. È il primo modo per de-creare il male, per esserne liberati.
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La pretesa della verità? No, solo la parola fratello. Ciò che ci abilita al dialogo è la fraternità che tentiamo di vivere, non la verità che crediamo di possedere. Il dialogo politico è quello in cui si misurano le forze, ma il dialogo evangelico è quello in cui si misurano le sincerità.
Non nell'isolamento del privato, non nell'illusione dei grandi numeri: tutto inizia dalla più piccola comunità: io-tu. Lontano dalle istituzioni, nel cuore della vita, tutto inizia da io-tu.

Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello
Una espressione inusuale e commovente: "guadagnare" un uomo, "acquistare" un fratello, arricchirsi di persone. Il vero guadagno della mia vita corrisponde alle relazioni buone che ho costruito. Ogni persona vale quanto valgono i suoi amori e le sue amicizie. Come una comunità si misura dalla qualità dei rapporti umani che si sono instaurati. Il fratello è un guadagno, un tesoro per me, per te, per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.
Dio è un Dio di comunione che ci sospinge gli uni verso gli altri. Senza l'altro, l'uomo non è uomo: il Vangelo ci chiama a pensare sempre in termini di "noi".

Tutto quello che legherete sulla terra...
Il potere di sciogliere e legare non ha nulla di giuridico, non è conferito alla gerarchia, ma è per tutti i credenti: è il potere di creare comunione o separazione. Consiste nel mandato fondamentale di tessere nel mondo strutture di riconciliazione: ciò che abbiamo riunito attorno a noi, le persone, gli affetti, le speranze, lo ritroveremo unito nel cielo; e ciò che avremo liberato attorno a noi, di energie, di vita, di audacia e sorrisi, non sarà più dimenticato, è storia santa.

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro
Ciò che scioglieremo avrà libertà per sempre, ciò che legheremo avrà comunione per sempre. Nel Vangelo di oggi un crescendo di comunità. Fino alla affermazione ultima: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Non semplicemente nell'io, non semplicemente nel tu, il Signore sta tra l'io e il tu, nel legame. In principio ad ogni vita, il legame, come nella stessa Trinità!
La costruzione del mondo nuovo inizia dai mattoni elementari io-tu, dalle relazioni quotidiane. Ma c'è un terzo tra i due, un terzo tra me e te, il cui nome è Amore: collante delle vite, unità dei mondi.
È tra noi, ad una condizione: che siamo riuniti nel suo nome. Non per interesse, non per superficialità, non per caso, ma nel suo nome: amando ciò che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, sognando il suo sogno di un mondo fatto di fratelli, dove il giusto e il peccatore, il violento e l'inerme si tengono per mano, partecipi della follia divina di prenderci cura di chi ci ha fatto del male…
E Cristo tra noi genera la vita: è anima e vita di tutto ciò che esiste, presenza trasformante dell'io e del tu che diventano noi.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20) - (07/09/2014)
(vai al testo…)
 Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20) - (04/09/2011)
(vai al testo…)
 Pienezza della legge è la carità (Rm 13,10) - (07/09/2008)
(vai al post "L'unico debito")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  La fraternità, frutto della presenza di Gesù tra i suoi (05/09/2014)

Ed anche il post: Uomini di comunione (04/09/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 7.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 7.2014)
  di Marinella Perroni (VP 7.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)